Chiesa
Accoglienza, reinserimento sociale, giustizia riparativa, sensibilizzazione della cittadinanza. Sono tra le attività che la Caritas diocesana di Prato porta avanti con il sostegno dell’8×1000 alla Chiesa cattolica.
“I progetti Caritas sul carcere sono attivi dal 2017 circa – ci racconta don Enzo Pacini, direttore della Caritas diocesana di Prato e cappellano della casa circondariale La Dogaia -, alcuni sono specificamente a favore di chi vive in carcere, per esempio abbiamo avuto la possibilità di avere dei fondi per i detenuti bisognosi e per sostenere anche un gruppo di volontari della San Vincenzo con cui collaboriamo che gestisce il guardaroba interno al carcere, con l’acquisto di biancheria per i detenuti che non hanno famiglia”.
Tramite un’operatrice della Caritas in questi anni “abbiamo avuto alcuni inserimenti lavorativi e tirocini per ex detenuti”.
Tra le iniziative più significative,
la ristrutturazione e l’ampliamento nel 2017, grazie all’adesione al Progetto nazionale Carcere di Caritas Italiana, della casa di accoglienza “Jacques Fesch” che “ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato per andare a colloquio con i congiunti in carcere, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Abbiamo anche ricavato un mini appartamento a due posti – prosegue don Pacini – per persone che sono vicine alla fine pena e che hanno la possibilità di avere misure alternative. Si tratta di una casa autogestita, con alcuni volontari che vanno a sistemare, specialmente per quanto riguarda la parte dedicata alle persone che sono in permesso, per sostituire la biancheria”.
Nel 2017 il progetto si chiamava “Non solo carcere”, poi è stato rinnovato assumendo altre denominazioni: “Questo è il progetto che negli anni è stato praticamente riproposto con qualche piccola variante”. Ad esempio, con il progetto “Rannodo” sono stati previsti degli “incontri all’interno degli istituti di istruzione superiore, incentrati sul tema della vita in carcere e sulla legalità”.
Dal 2021-2022 sempre come Caritas don Pacini e alcuni volontari hanno seguito un corso di approfondimento sulla giustizia riparativa e poi hanno partecipato al progetto sperimentale di Caritas Italiana specifico per la giustizia riparativa nel quale sono state coinvolte 10 Caritas nazionali, “in Toscana solamente noi di Prato”. “Abbiamo fatto incontri di formazione e sensibilizzazione nelle parrocchie e nelle scuole – spiega il direttore della Caritas -; da un paio di anni abbiamo portato avanti alcune esperienze dentro il carcere, abbiamo fatto alcuni gruppi di sensibilizzazione con i detenuti, l’ultimo due mesi fa. Abbiamo realizzato anche alcuni incontri che hanno visto la partecipazione in carcere non solo di detenuti ma anche del personale, degli educatori, dei professori di scuola, di alcuni membri del corpo della polizia penitenziaria, del direttore, con due testimoni, Claudia Francardi e Irene Sisi, che hanno portano la loro esperienza forte di giustizia riparativa”. Infatti, Claudia è la vedova del carabiniere Antonio Santarelli, ucciso nel 2011, e Irene è la madre di Matteo, il giovane autore dell’aggressione. Da questa tragedia, le due donne hanno intrapreso un percorso di giustizia riparativa che le ha portate a perdonarsi e a diventare amiche, trasformando il dolore in un’opera di riconciliazione.
“Anche se è terminato il progetto sperimentale della Caritas Italiana, adesso stiamo cercando di portare avanti il discorso della giustizia riparativa”, afferma don Pacini.
All’interno del progetto dell’area giustizia finanziato con l’8×1000 alla Caritas, nel 2025 “abbiamo realizzato una mostra fotografica con circa 50-57 foto di grande formato e altre 36 più piccole, con una nostra operatrice che è fotografa, che ha fatto diversi scatti all’interno della casa circondariale della Dogaia”. “Discrepanze. Luci e ombre del carcere di Prato” il titolo della mostra.
“Il titolo – spiega il sacerdote – si ispira alle foto che mostrano, da un lato, spazi che ci sono e che potrebbero essere anche più utilizzati, come scuole, spazi sportivi; dall’altro realtà di degrado, situazioni al limite della vivibilità”.
La mostra continua il suo cammino: “L’abbiamo portata in diversi posti, anche nelle scuole superiori, dove, con l’occasione dell’esposizione, incontriamo anche i ragazzi, o in altri ambienti più aperti al pubblico, per parlare di problemi legati al carcere”.