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Gesù ci dice: «Voi siete miei amici»
Gesù ci dice: vi ho portato il filo scarlatto che unisce me al Padre per mezzo dello Spirito, con cui ho composto in unità la Creazione
ChiesaGesù ci dice: vi ho portato il filo scarlatto che unisce me al Padre per mezzo dello Spirito, con cui ho composto in unità la Creazione
Potremmo cavalcare una stella cometa e viaggiare tra le galassie; potremmo attraversare i ghiacciai immensi dell’Himalaya o scendere a scoprire il muso stralunato dei pesci che nuotano sul fondo degli oceani; potremmo rileggere d’un fiato la Divina Commedia o ascoltare una dopo l’altra le dieci sinfonie di Mahler; potremmo chiedere a Bach di suonarci la sua opera omnia; potremmo esporre nella più grande piazza d’Europa tutte le specie di fiori esistenti; potremmo fotografare i fidanzati della Cina o dell’Alaska, degli Stati Uniti o dello Zimbabwe; potremmo, con una lente d’ingrandimento, osservare le pennellate di una miniatura medievale fino a scorgere i più sottili fili d’oro; potremmo raccogliere la sapienza degli illustri pensatori della storia, l’ingegno degli architetti più stupefacenti, o prendere in mano lo scalpello di Fidia o di Michelangelo; potremmo chiedere al papa di farci ammirare da vicino Adamo e il Creatore sulla volta della Sistina; potremmo andare nel reparto maternità del nostro ospedale a guardare le mamme che allattano i loro bambini con dolcezza incommensurabile. Eppure rischieremmo di osservare tutte queste meraviglie scomponendole in parti, incapaci di metterle insieme, come fanno gli storici della filosofia, dell’arte, della letteratura. Senza vedere che le mani di Dio – Dio che «è amore» – hanno cucito questo prodigio dentro l’universo. Quando Gesù dice «Voi siete miei amici», oppure «tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi», intende: vi ho portato il filo scarlatto che unisce me al Padre per mezzo dello Spirito, con cui ho composto in unità il capolavoro della creazione. È uscito dal fianco dell’Agnello immolato sulla croce quel filo, quel fiotto rubro, e la Vergine santissima e Giovanni lo hanno raccolto per la Chiesa, perché noi, cuciti dall’amicitia Christi, fossimo resi uno dalla vita di Dio. Eravamo peccatori, distanti, sfacciatamente autosufficienti. Perfino il popolo eletto, accompagnato come un bambino dalle steppe di Abramo fino alla vetta del monte Moria, dove Salomone edificò il Tempio, perfino quel popolo, chiamato a essere luce per tutte le genti, si era costruito le sue formulette, le sue garanzie, le sue quiete e perbeniste virtù. E mentre eravamo distanti, distaccati, il Cuore Sacratissimo del Signore si è squarciato dandoci l’inaccessibile, effondendo l’inconoscibile, partecipandoci la stessa vita divina, impastando la nostra terra argillosa con l’acqua che zampilla dalla Trinità.
Nei Vangeli, quando è richiesto di normare e fornire ricette, comandamenti, Gesù mostra che c’è sempre qualcosa che non basta. E ogni volta rinvia a sé, torna al filo scarlatto uscito dal suo cuore, al sangue dentro il quale palpita il dialogo delle tre Persone divine, la loro amorosa inquietudine, il loro eterno fremito, la loro vivace, accesa, calorosa, luminosa vita, senza la quale tutto è morte. Per questo con furia, con un atteggiamento assoluto, implacabile, Giovanni sentenzia, nella prima lettera, che «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore». Per questo l’amore cristiano è una necessità e non c’è mai posto per la sufficienza. Pietro, «non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Ti dico – comanda il Signore – di guardare con amore i fratelli sempre. Perché ciò significa restare nel suo amore, restare tra il Padre e il Figlio. Come un artiere che infila le perle per fare una collana, il Creatore ha fatto dell’universo il monile, il gioiello della Trinità, con al centro il pendaglio straordinariamente bello di cui tutta la collana è al servizio: noi. «Vi ho chiamati amici» significa voglio per voi uomini tutto: la divinizzazione. Potrebbero sembrare fughe nell’irrealtà, invece siamo assolutamente con i piedi per terra. È solo l’amore che ci aiuta a non stancarci di essere discepoli del Signore. Senza di esso cominceremmo a porre limiti, spazi di difesa, a incappare in zone d’ombra, paure, ritrosie. Il Nemico, l’antico Avversario, avrebbe la forza di inocularci il sospetto, in modo che tutto cominci a vacillare. Per essere cristiani, per essere pace, misericordia, per essere fratelli, per essere capaci di perdonare, per vedere e soccorrere chi languisce, chi piange, chi ha fame, chi è solo, chi muore, e farlo attendendo “la beata speranza” che non ci delude, che è Lui, occorre l’amicizia divina.
don Gianandrea Di DonnaResponsabile Ufficio per la Liturgia