Chiesa
(da Lampedusa) “Voglio vivere tutto così, come capita, godendomi momento per momento tutto ciò che succederà. Non ho pensato a cose particolari da dire al Santo Padre. Se avrò l’occasione di abbracciarlo, gli dirò quello che in quel momento mi suggerirà il mio cuore”. Don Carmelo Rizzo, parroco di Lampedusa da cinque anni, descrive così l’attesa di Leone XIV, che arriva domani nell’Isola delle Pelagie tredici anni dopo Papa Francesco, nel suo storico primo viaggio apostolico, nato da un moto improvviso del cuore sulla scorta di uno dei temi cardini del pontificato di Bergoglio. Ad accogliere il Santo Padre, in un’altra giornata che si preannuncia storica, ci sarà domani anche don Stefano Nastasi, che ha preceduto don Carmelo alla guida della comunità ed è stato l’estensore dell’invito di Papa Francesco a raggiungere Lampedusa. Il Sir li ha incontrati.
San Gerlando è una parrocchia “famiglia di famiglie”, come la definisce il suo parroco attuale, che non nasconde la gioia e la trepidazione – ma anche l’ansia – per l’arrivo del Pontefice: “ricevere la visita di un Papa a casa nostra è il massimo per un sacerdote, non si può andare oltre questo desiderio”.
sottolinea don Carmelo, che ci tiene a descrivere quella di cui è alla guida come “una comunità dove ci conosciamo tutti, fatta di gente semplice e generosa, pronta a fare spazio a chi è in difficoltà mettendo a disposizione quel poco, o molto, che ha. Certo, non mancano le difficoltà, come quelle legate che alla condizione di essere isolati, in mezzo al mare, e quindi limitati nei servizi e negli spostamenti. Ma siamo come una grande famiglia, dove non c’è distinzione, ma collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità civile. La nostra è una parrocchia viva, dove la tradizione di accoglienza dei nostri fratelli migranti viene riconosciuta dalla presenza della Chiesa ai più alti livelli”. Cosa è cambiato, in questi tredici anni, nella percezione, anche a libello legislativo, del fenomeno migratorio?
“Noi accogliamo, e accogliamo sempre”,
risponde don Carmelo: “le leggi non influiscono su una tradizione di accoglienza che dura da più di 30 anni. II primi sbarchi risalgono alla fine degli Anni Ottanta, il piccolo lo abbiamo avuto nel 2011 con le primavere arabe, e oggi lo Stato ha affidato la gestione degli sbarchi alla Croce Rossa Italiana, che sta facendo un ottimo lavoro, all’insegna del rispetto della dignità della persona, al centro anche della prima enciclica di Papa Leone: la permanenza dei migranti nell’isola non dura più di 48 ore, dallo sbarco al trasferimento nelle varie destinazioni”. Continuano, però, le morti in mare: l’ultimo naufragio, che risale al 6 aprile scorso, don Carmelo ce l’ha ancora negli occhi.
”Fa rabbia pensare che tragedie come queste potrebbero essere evitate”, ci confessa: “è vero che il fenomeno migratorio è complesso da affrontare e gestire, ma basterebbe garantire viaggi in sicurezza a chi è costretto a lasciare la propria terra in cerca di un futuro migliore. E’ inaccettabile che ancora oggi si muoia in mare”.
Ad accogliere Papa Leone a Lampedusa ci sarà anche don Stefano Nastasi, parroco a Lampedusa dal 2007 al 2013 e poi parroco a Sciacca, dove ha continuato ad impegnarsi sul tema dei migranti. Da quattro anni è rettore del Seminario di Agrigento. La denuncia del Mediterraneo come un cimitero, al centro del grido di dolore di Bergoglio, è purtroppo ancora attuale, così come il suo ricordo di quella storica giornata:
“Ancora oggi mi ricordo tutto:
i gesti, le parole di Papa Francesco, il modo in cui si è posto verso di noi in termini di ascolto. Aveva occhi e orecchie per tutti, era attento ad ogni minimo gesto o parola attorno a lui, registrava tutto nella dimensione del cuore. Più volte mi ha ripetuto di essere stato colpito dalla tenerezza che aveva letto negli occhi della nostra gente”. Il significato della visita di Papa Francesco, per don Stefano, “era quello di rispondere alle tante domande riguardo alla questione dell’immigrazione. In un’isola come Lampedusa, che è una terra di passaggio, quasi obbligata dalla sua posizione geografica ad essere attraversata, ci siamo molto interrogati su come agire e dare risposte ai migranti partendo dal Vangelo. Sono domande sempre attuali che ci interpellano ancora oggi, come ci ha detto anche Papa Leone alle Canarie.
Nel 2013, Papa Francesco ha confermato l’operato della nostra comunità al fianco dei migranti, dopo il terribile naufragio che aveva colpito l’isola. Purtroppo i naufragi continuano, e Papa Leone si accinge a rendere ancora una volta omaggio alla tradizione di accoglienza della nostra gente”.
“Se Papa Francesco aveva denunciato la globalizzazione dell’indifferenza, Papa Leone mette in guardia oggi dal rischio della globalizzazione dell’impotenza”, osserva don Stefano mettendo in evidenza la continuità del magistero dei due pontefici in materia di immigrazione, in controtendenza rispetto a chi teorizza oggi la “remigrazione”. Nel congedarsi da Lampedusa, ci rivela don Stefano, “avevo detto ai miei parrocchiani: ‘vi lascio un pezzo del mio cuore’”. Domani, quel cuore continuerà a battere – come non ha mai smesso di fare – per la sorte dei nostri “fratelli migranti”. Con un dono ulteriore: la grazia di incontrare un altro papa.