Fatti
(da New York) “Profondamente inquietante”. Il vescovo di Brownsville, mons. Daniel Flores, ha scelto parole misurate per commentare l’arresto di suor Leticia Ugboaja, religiosa cattolica nigeriana delle Figlie di Maria madre della Misericordia, fermata dagli agenti dell’immigrazione statunitense (ICE) mentre, in abito religioso, si recava alla messa domenicale in una parrocchia di McAllen, in Texas. È stata rilasciata dopo alcune ore, grazie all’intervento di parlamentari democratici e repubblicani. Ma resta il punto: se una suora può essere fermata mentre si reca in chiesa perché non ha con sé i documenti, nessuno, nelle comunità ispaniche, può sentirsi davvero al sicuro.
Non è un incidente isolato, ma il volto più grottesco di una macchina che dietro l’espressione sicurezza rende tutti, statunitensi e non, vulnerabili e insicuri. Dal primo giorno della sua seconda presidenza, Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel terreno di forza politica e consenso elettorale. Ne è derivata un’applicazione delle norme sempre più dura, che non distingue abbastanza tra pericolo e fragilità, criminalità e povertà, confine e comunità. Le chiese, un tempo considerate spazi protetti, sono entrate, anch’esse, nel perimetro della paura. In diverse diocesi si registra da mesi un calo della partecipazione alle messe, soprattutto tra i fedeli latinoamericani: non per disaffezione religiosa, ma per timore di una retata.
La diocesi di Brownsville ha chiesto protocolli nuovi, capaci di impedire che una persona diretta pacificamente in chiesa la domenica mattina possa essere fermata e trattenuta, mentre resta aperta la domanda su un Paese che ha fatto del sospetto e della paura una metodologia di governo.
Sul fronte migratorio, in questa settimana, l’amministrazione USA ha dovuto fare i conti con una nuova cocente sconfitta. La Corte Suprema ha bocciato l’ordine esecutivo con cui Trump voleva cancellare la cittadinanza per nascita. La decisione è stata netta: il XIV emendamento non è un dettaglio amministrativo, ma una promessa costituzionale. “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”, recita la Carta. Il presidente voleva restringere questo diritto ai figli con almeno un genitore cittadino americano o residente permanente, escludendo i bambini nati da genitori senza status legale stabile o con visti temporanei.
I vescovi americani non hanno commentato, ma la loro posizione era stata espressa nella memoria amicus curiae presentata, con il Catholic Legal Immigration Network, lo scorso febbraio: eliminare il diritto di cittadinanza alla nascita avrebbe indebolito le famiglie, esposto i minori al rischio di apolidia e messo in crisi le fondamenta morali del Paese.
Per la dottrina cattolica, la nascita dentro una comunità resta una base oggettiva di appartenenza politica: non un premio concesso dal potere, ma un legame che precede la discrezionalità del governo.
La sconfitta, però, non ha fermato l’amministrazione. Nelle ore successive alla sentenza, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto ai procuratori federali di dare priorità alle indagini sul cosiddetto “turismo della nascita”. Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha parlato di donne che arriverebbero negli Stati Uniti “con falsi pretesti” per partorire e ottenere la cittadinanza dei figli e ha chiesto di studiare nuove restrizioni sui visti temporanei, persino l’obbligo di dichiarare una gravidanza o l’intenzione di partorire negli Usa. Ma i numeri raccontano un fenomeno più limitato della retorica: fino a 26mila casi l’anno potrebbero essere riconducibili a queste donne, una frazione minima degli oltre 3,5 milioni di nascite annuali registrate nel Paese.
Intanto gli Stati Uniti si preparano a celebrare i 250 anni dalla fondazione. Ma mentre lucidano la retorica del sogno americano, sembrano dimenticare che quel sogno fu costruito da uomini e donne arrivati da altrove, spesso senza protezione, talvolta senza documenti, con una speranza: cercare felicità e un futuro possibile. Escluderli oggi dal racconto nazionale non rende l’America più sicura. La rende solo più piccola.