Fatti
8 agosto 1956. Sono trascorsi 70 anni da quel mattino d’estate in cui la miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, si trasformò in una tomba di carbone. Il bilancio è di 262 morti, di cui 136 italiani. Una cifra che continua a risuonare nella memoria collettiva dell’emigrazione italiana del dopoguerra. Anche quest’anno, alle 8.05, l’ora esatta in cui la miniera cedette, Marcinelle si fermerà: la Campana “Maria Mater Orphanorum” risuonerà con 262 rintocchi, uno per ogni vittima. Un gesto semplice ma potentissimo, capace di riportare indietro il tempo e restituire voce a chi non l’ha più.
In Italia, numerose città hanno organizzato iniziative per ricordare le vittime della tragedia mineraria che colpì 32 province, dal Nord al Sud. Tra i borghi più segnati c’è Manoppello, in provincia di Pescara: un paese che, dal 1946, aveva visto partire per il Belgio 325 uomini. Quel giorno, in miniera, ne morirono 23.
La tragedia continua a vivere nelle parole di chi, in quelle ore sospese tra speranza e disperazione, scelse di scendere sottoterra per cercare un segno di vita.
Tra loro c’era Lino Rota, uno dei primi soccorritori italiani arrivati al Bois du Cazier. La sua voce, ancora oggi, a 97 anni, restituisce la densità di un’esperienza che non si è mai dissolta. È una memoria che non si limita a raccontare. “Sono arrivato – dice al Sir – che ancora non si capiva bene cosa fosse successo. C’era fumo ovunque, un odore che non ho più dimenticato”. L’odore della miniera ferita, del legno bruciato, del metallo che si piegava, delle vite che si spezzavano.
La notizia dell’incendio si era diffusa rapidamente, ma nessuno immaginava la portata del disastro. Quando Rota raggiunse il sito, trovò una folla disorientata: minatori che conoscevano ogni galleria come una stanza di casa, donne che stringevano fotografie, bambini che intuivano il dramma. Il Bois du Cazier era diventato un punto di raccolta di dolore e attesa. “Non c’era tempo per pensare. Bisognava scendere, provare, vedere se qualcuno rispondeva”, ricorda Rota, sottolineando che il lavoro dei soccorritori “iniziò immediatamente, senza ordini formali. Era un moto naturale, quasi istintivo”.
Le squadre “si alternavano, cercando di penetrare nei livelli inferiori, dove il fumo era così denso da sembrare una parete. Si vedeva solo con le lampade. Ogni tanto si sentiva un rumore, ma non sapevamo se fosse la miniera che cedeva o qualcuno che provava a farsi sentire”. Le prime ore furono un susseguirsi di tentativi, di chiamate nel vuoto, di passi misurati per evitare crolli. La speranza resisteva, ma la realtà diventava sempre più dura.
“A un certo punto – dice Rota con una voce flebile e commossa – capisci che non c’è più niente da fare. Lo capisci dall’aria, dal silenzio, da come ti guarda chi è con te”.
All’esterno, la tensione cresceva. “Quando uscivamo – ricorda Rota – ci guardavano come se potessimo portare una risposta. Ma noi non avevamo risposte”, dice. La tragedia si stava delineando in tutta la sua crudezza, una ferita che avrebbe segnato la storia dell’emigrazione italiana e che ancora oggi rappresenta un monito sulla dignità del lavoro e sulla fragilità delle vite che lo sostengono.
Rota rimase sul posto per tutta la giornata e per quelle successive. Non si limitò alle operazioni di soccorso: “Non ho mai pensato di andare via. Era come se dovessi restare lì, per rispetto verso chi era sotto”. Marcinelle “non è un ricordo. È qualcosa che ti rimane addosso”. E la sua storia, grazie al suo impegno a “non dimenticare”, vive ancora oggi.
Due anni fa ha ricevuto un’onorificenza della Repubblica per il suo contributo in quelle ore drammatiche. Un riconoscimento accolto con discrezione:
“Io non ho fatto niente di speciale. Ho solo fatto quello che sentivo di dover fare”, dice ancora oggi.Ma la storia, a volte, riconosce ciò che gli uomini non vedono in se stessi. Oggi, nel custodire la memoria di quella giornata, la voce di Lino Rota continua a risuonare come un gesto di umanità e responsabilità. Ricordare Marcinelle significa ricordare uomini come lui: persone comuni che, in un momento di tragedia, scelsero di non voltarsi dall’altra parte. La memoria storica vive anche grazie a queste storie, che non chiedono celebrazione ma ascolto. E a Nembro, in provincia di Bergamo, dove vive, questa storia parla attraverso il Museo della Miniera e dell’Emigrazione, ideato da Lino e dalla moglie Mariuccia e poi sostenuto dall’associazione “Nembresi nel mondo”, che racconta la durezza del lavoro e la dignità dei migranti del dopoguerra.
Ogni anno la commemorazione si arricchisce di nuovi contributi. Quest’anno arriva il fumetto “Sotto le stesse stelle”, ispirato alla vita di Lino e realizzato da Mario Fattorini con la guida del giornalista Paolo Riva, che ha realizzato anche il podcast “Gli ultimi minatori”, prodotto con Diego Ravier e Dario Palladini. La quarta puntata è stata presentata il 3 agosto al Museo, chiudendo un percorso che intreccia memoria, arte e testimonianza “per non dimenticare. Dimenticare non è possibile”, dice Rota.