Idee | Lettera.D
Per la maggior parte della sua esistenza è un oggetto buio, freddo e quieto. Si muove lungo una linea decisa dalla gravità, a decine di miliardi di chilometri dal Sole. È un blocco compatto, composto di ghiacci (acqua, anidride carbonica, monossido di carbonio, metano) mescolati a polvere e frammenti rocciosi, di qualche decina di chilometri di diametro, indistinguibile nel nero scuro dello spazio. La curva che è costretto a compiere è determinata da un punto di luce, il Sole, che la piega per anni, decenni. Tutto rimane uguale, fino a quando non raggiunge una distanza dal Sole pari all’orbita di Giove, ed è allora che comincia a prendere vita: il ghiaccio più volatile sublima, passando dallo stato solido a gas senza fondere, formando una tenue chioma attorno al nucleo. Più si avvicina al Sole, più la chioma si gonfia, finché arriva a sublimare anche il ghiaccio d’acqua, ed è il finimondo. La superficie si segna e si apre, scossa da terremoti, getti di gas e polveri fuoriescono e aumentano a dismisura il volume della chioma, che arriva a superare persino le dimensioni di un pianeta, nascondendo il piccolo nucleo solido, quello vero, che ruota continuamente su se stesso.
Nello stesso tempo, in direzione opposta al Sole, si forma un doppio strascico: uno dritto, bluastro, fatto di gas ionizzato che viene spinto via dal vento solare; il secondo curvo, giallastro, fatto di polvere e granelli più pesanti che si allontanano più lentamente. Questo secondo strascico tende a piegarsi lungo quella stessa linea che la gravità impone, come una larga scia che disegna il cammino della cometa.
Tanto è lungo il suo cammino, quanto breve il punto di massimo avvicinamento al Sole: appena qualche ora o qualche giorno su un’orbita che dura 133 anni. È lì che il nucleo perde più materiale, poiché il calore penetra più a fondo nel nucleo. Ogni passaggio consuma uno strato sottile, fino a esaurire tutto il materiale, dopo migliaia di passaggi.
Tutto quello che lascia dietro di sé, una scia di detriti, granelli di polvere, piccoli frammenti rocciosi grandi fino a qualche centimetro, allineati lungo l’orbita, accumulati in secoli di passaggi ravvicinati, è ciò che, ad ogni agosto, viene attraversato dal pianeta Terra. I granelli abbandonati entrano nell’atmosfera e si consumano in una frazione di secondo, dopo aver viaggiato per migliaia di anni.
Nell’anno 258 d.C., mentre la Terra sta attraversando questa scia, il 10 agosto, un diacono della Chiesa di Roma viene martirizzato durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Si dice che sia stato fatto ardere su una graticola e che durante il supplizio abbia trovato la forza di ironizzare dicendo: «è cotto da questo lato, giralo e mangia». Chi lo racconta lo fa dopo circa un secolo, ascoltando storie tramandate oralmente, gonfiate lungo gli anni: molto probabilmente è stato decapitato come molti, in quel tempo. Come un granello che, dopo aver fatto rifulgere la cometa, si consuma in una frazione di secondo, la vita del diacono Lorenzo viene riconsegnata al Padre, non prima di aver brillato lasciando impressa la sua bellezza: le opere caritative verso poveri, orfani e vedove della Diocesi, di cui era incaricato, e che presentò ai persecutori come i veri “tesori” della Chiesa di Roma. Il suo vero modo di ardere, di lasciare dietro di sé la traccia che ne segna il percorso della vita.
Qualche secolo più tardi il nome di Lorenzo e quelle scie luminose, che attorno al 10 agosto si ostinavano a illuminare il cielo notturno, sono stati legati inscindibilmente dall’immagine delle lacrime, e così ha continuato ad essere anche quando, nel 1862, Lewis Swift e Horace Parnell Tuttle, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, scoprirono la cometa che ancora oggi porta il loro nome: 109P/Swift-Tuttle, e qualche anno più tardi Giovanni Virginio Schiaparelli ne dimostrò il legame orbitale con le Perseidi, come viene chiamato il suo sciame meteoritico.
Anche se, a causa della lenta evoluzione delle orbite e della precessione, oggi il picco delle Perseidi cade tra il 12 e il 13 di agosto (quest’anno in corrispondenza di un altro evento astronomico rilevante, un’eclisse di Sole, ma questa è un’altra storia), le lacrime di San Lorenzo continuano a mantenere intatto il loro legame con quella storia lontana, facendoci ricordare che tutto ciò che operiamo in questo mondo viene impresso nel cielo, e che la carità che compiamo, per quanto nascosta, finirà sempre per brillare e illuminare anche la notte più buia.