Idee
Per decenni le città sono cresciute aggiungendo asfalto e cemento. Oggi la sfida è opposta: toglierli. Si chiama depavimentazione, o depaving, ed è una pratica di rigenerazione urbana che punta a rimuovere le superfici impermeabili per restituire spazio al terreno, favorire l’assorbimento dell’acqua piovana, mitigare le isole di calore e creare nuovi spazi verdi. Una strategia nata negli Usa e già adottata in diverse città europee e italiane che ora approda anche a Padova.
Il Comune ha avviato il primo Piano per la depavimentazione del Veneto, individuando circa 400 aree pubbliche dove, nei prossimi anni, l’asfalto potrà lasciare spazio ad alberi, aiuole, prati o pavimentazioni drenanti. Ne parliamo con l’assessore all’urbanistica Andrea Ragona che parte da un punto fermo: «La città continuerà a trasformarsi e crescere, ma dovrà farlo recuperando suolo».
Con quali criteri avete individuato le aree inserite nel Piano e come deciderete da dove partire?
«La mappatura è stata realizzata dal settore Urbanistica e riguarda esclusivamente aree pubbliche, individuando tutti gli spazi nei quali, almeno potenzialmente, è possibile intervenire. Ora apriremo un confronto con il territorio: potranno esserci proposte, integrazioni o modifiche. L’obiettivo è costruire un piano condiviso».

Come pensate di finanziare questi interventi, che a una prima stima ammontano a quasi 40 milioni di euro?
«Le strade sono principalmente due: partecipare a bandi pubblici oppure collegare gli interventi alle trasformazioni urbanistiche. Quando un cambio di destinazione d’uso genera un contributo straordinario, quelle risorse potranno essere destinate proprio alla depavimentazione, anche in zone diverse rispetto a quelle interessate dall’intervento privato. I costi variano molto: dipendono dall’area e soprattutto dall’eventuale necessità di effettuare bonifiche.»
Padova è tra le prime città del Veneto a dotarsi di un Piano per la depavimentazione. Cosa cambierà rispetto agli interventi fatti finora?
«In alcuni casi utilizzeremo pavimentazioni drenanti, in altri pianteremo alberi e creeremo nuove zone ombreggiate, mentre altrove gli spazi diventeranno completamente verdi. Ci sono anche i cosiddetti relitti stradali, vecchi tratti di viabilità ormai inutilizzati, dove l’asfalto potrà essere eliminato del tutto. Ogni intervento sarà diverso e costruito sulle esigenze del luogo».
Per anni l’urbanistica è stata misurata soprattutto da quanto si costruiva. Oggi si parla invece di togliere asfalto e restituire suolo. È davvero un cambio di paradigma?
«Lo è sicuramente, ma non è un interruttore che si accende da un giorno all’altro. Dopo decenni di urbanistica impostata in un certo modo serve tempo. Questo percorso è iniziato già con il Piano degli interventi approvato tre anni fa: siamo passati dalla città dell’espansione a quella della rigenerazione. Questo non significa smettere di costruire, ma fare in modo che i nuovi interventi non consumino suolo oppure ne recuperino. Un esempio è l’intervento dell’ ex Amusement Park (parco divertimenti chiuso nel 2008 che ora diventerà area residenziale in via Fogazzaro, ndr), dove verrà recuperato quasi un ettaro di terreno costruendo su un’area già impermeabilizzata e abbandonata».
Padova continua però a essere tra i territori che consumano più suolo in Veneto. La depavimentazione rappresenta un’inversione di rotta o rischia di compensare solo in parte quanto continua a essere costruito?
«Se si attuerà integralmente il Piano degli interventi approvato nel 2023, il saldo sarà positivo: recupereremo più suolo di quanto ne verrà consumato. Bisogna però ricordare che gli effetti dell’urbanistica si vedono anche a distanza di vent’anni. Molti cantieri che oggi stanno partendo derivano da accordi approvati 15 o 20 anni fa e che noi non possiamo annullare perché esistono diritti acquisiti. Alcuni piani sono stati inoltre prorogati da norme nazionali. Per questo continueremo ancora a vedere nuove costruzioni, ma non sono il frutto della pianificazione attuale.»
Quindi i risultati di questo cambio di impostazione si vedranno soprattutto nel lungo periodo?
«Sì, anche se qualcosa è già visibile. Penso, ad esempio, all’area della Prandina, che diventerà un parco dove prima c’erano edifici. Oppure ai progetti di rigenerazione, come piazza Savelli e piazza Azzurri d’Italia, e altri che stiamo portando avanti. Per arrivare a regime servirà ancora del tempo.»
Qual è la sfida più grande?
«Stiamo immaginando la città del futuro con realismo. Oggi abbiamo un’emergenza ambientale, ma anche un problema di accesso alla casa. La città continuerà a trasformarsi, però dovrà farlo in modo diverso: privilegiando la rigenerazione urbana, recuperando suolo e, quando necessario, anche costruendo in verticale. Non possiamo smettere di costruire, ma dobbiamo farlo consumando meno territorio possibile».
Da Parigi ad Amsterdam, passando per il Belgio, il depaving è ormai entrato nelle politiche urbane. La capitale francese ha fatto del verde uno dei pilastri della propria strategia climatica: entro fine anno saranno messi a dimora 170 mila nuovi alberi, mentre il Governo ha stanziato 500 milioni di euro per finanziare interventi di rinverdimento e rimozione dell’asfalto. Ad Amsterdam, invece, i protagonisti sono i cittadini: con l’iniziativa Tegelwippen, il “salto della piastrella”, sono invitati a sostituire cemento e pavimentazioni con aiuole e terreno permeabile.
In Belgio, la città di Lovanio ha avviato il programma Ontharden, che sta cancellando strade e piazzali asfaltati per restituire spazio al verde e all’acqua.
Anche Milano ha un obiettivo da raggiungere con il “Piano Aria Clima”: superare i 100 mila metri quadrati di suolo depavimentato nei prossimi anni.
Un esempio è via Toce, in cui sono stati rimossi 1.800 metri quadrati di asfalto, sostituiti da 720 metri quadrati di verde e il restante con superfici permeabili.
Tutto è cominciato con un gruppo di volontari armati di picconi, pale e desiderio di cambiamento.
Siamo a Portland, negli Stati Uniti, dove nel 2008 nasce l’associazione Depave con un’idea rivoluzionaria: rompere l’asfalto per restituire spazio alla terra.
Le prime “azioni di depaving” trasformavano vecchi parcheggi e piazzali inutilizzati in orti, aiuole e piccoli boschi urbani.
Il movimento è diventato negli anni una vera strategia di rigenerazione urbana.
Oggi anche l’Europa guarda nella stessa direzione: il “Regolamento sul ripristino della natura”, approvato nel 2024 dal Parlamento europeo, invita i 27 Stati membri a recuperare gli ecosistemi degradati e considera la deimpermeabilizzazione delle superfici urbane uno degli strumenti per restituire spazio alla natura.

Fuori dall’Europa, il depaving assume forme diverse.
Radicale il caso di Seul, in Corea del Sud, dove è stata demolita un’autostrada per riportare alla luce il torrente Cheonggyecheon: un intervento che ha ridotto le temperature estive e migliorato la qualità dell’aria.
A São Paulo, in Brasile, la riconversione dell’area industriale di Jurubatuba ha trasformato una vasta superficie impermeabilizzata in un nuovo quartiere ricco di verde, dimostrando come la deimpermeabilizzazione possa diventare anche uno strumento di rigenerazione urbana e sociale.
A New York il simbolo è la High Line, la vecchia ferrovia sopraelevata nel cuore della città (nella foto): in questo caso non demolita ma riqualificata, trasformandola in un parco con vegetazione, suoli permeabili e spazi pubblici.
Se Padova prova a togliere asfalto, nella provincia c’è già chi è pronto a passare dalle parole alla vera rimozione. È il caso di Baone, dove il Comune ha presentato un progetto da quasi due milioni di euro per cancellare una distesa di oltre 10 mila metri quadrati di cemento e restituirla al verde.
L’intervento interessa Val Calaona, un’area oggi degradata e inutilizzata che per secoli ha rappresentato uno dei luoghi più significativi del territorio per le sue storiche terme frequentate fin dall’antichità. L’obiettivo è eliminare le superfici realizzate per ospitare le vecchie serre, ormai abbandonate, e trasformare l’area in un bosco urbano aperto a cittadini, scuole e associazioni. Per farlo il Comune ha chiesto un finanziamento di 1 milione e 750 mila euro al Ministero dell’Ambiente, attraverso un bando dedicato alla rinaturalizzazione dei suoli degradati, aggiungendo 91 mila euro di risorse proprie. «Vogliamo che il cemento ritorni verde – spiega il sindaco Francesco Corso – L’area diventerà uno spazio aperto alla comunità e ai Comuni vicini, dedicato alle attività educative, ambientali e culturali».
Attorno al progetto è nato anche un protocollo d’intesa con Cinto Euganeo, Este, Lozzo Atestino, Vo’ e il Parco regionale dei Colli Euganei, con l’obiettivo di fare di Val Calaona un nuovo polmone verde condiviso.

Anche Monselice guarda nella stessa direzione. L’amministrazione comunale sta infatti lavorando a una mappatura delle superfici asfaltate e impermeabili per individuare gli spazi pubblici che potrebbero essere interessati da futuri interventi di depavimentazione. Il censimento servirà non solo a contrastare le isole di calore e migliorare l’assorbimento delle acque piovane, ma anche a costruire una progettualità capace di intercettare finanziamenti regionali, nazionali ed europei dedicati alla rigenerazione ambientale. Oggi il territorio comunale presenta una copertura artificiale del 21,1 per cento, un dato quasi doppio rispetto alla media regionale e che l’amministrazione intende contenere attraverso una pianificazione orientata alla resilienza climatica.
«Abbiamo di fronte una grande sfida: fermare la cementificazione per provare ad attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici. Avvieremo un percorso partecipato per raccogliere suggerimenti e proposte dei cittadini su dove intervenire con la depavimentazione – spiega l’assessora all’ambiente Christianne Bergamin – Non sarà un iter rapido, anche per reperire le risorse necessarie, ma questa è la direzione che intendiamo seguire».
«Non basta la riduzione del consumo di suolo, dobbiamo togliere cemento, restituire spazio al verde e alla natura. È una vera rivoluzione urbana». Con queste parole la sindaca Silvia Salis definisce una «scelta storica» quella per Genova, la prima città italiana ad aver inserito la depavimentazione nel Piano urbanistico comunale. Il primo grande intervento interesserà un’area a Cornigliano, in cui il cemento del piazzale davanti a villa Bombrini si trasformerà in un parco di oltre 13 ettari, attraverso un finanziamento di 3 milioni di euro. Il nuovo strumento prevede anche incentivi per i privati che destinano gli oneri di urbanizzazione alla rimozione delle superfici impermeabili, impegnandosi a mantenere le nuove aree verdi per dieci anni. Parallelamente il Comune ha aderito al progetto di ricerca “Biofear”, che punta a trasformare cortili scolastici e aree gioco in nuovi spazi verdi.