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Vinicio Dalla Vecchia e tragedia di Marcinelle. È un doppio anniversario che si lega. Il primo richiama il 72° dalla morte (17 agosto 1954), il secondo (8 agosto 1956) il 70° dalla catastrofe avvenuta in una miniera di carbone, dove morirono 262 persone, tra cui 136 lavoratori italiani.
Anche se Dalla Vecchia non fece in tempo a vedere la strage accaduta in Belgio, conosceva bene la realtà dei minatori che lavoravano in terribili condizioni, e che nel giro di poco tempo si trovavano coi polmoni pieni di silicosi. Il giovane di Perarolo, aspirante medico, infatti dedicò la sua tesi di specializzazione proprio alle conseguenze che provoca la silicosi nei polmoni.

Ottenuta la laurea, Dalla Vecchia era entrato come assistente nell’Istituto di patologia medica all’Università di Padova. Aveva così avuto modo di migliorare la sua preparazione frequentando la scuola di perfezionamento in malattie dell’apparato respiratorio. Suo argomento di tesi: “Complicanze a carico degli organi toracici nella silicosi polmonare, escluse le forme tubercolari. Rilievi su 717 casi di silicosi” (anno accademico 1952-53, relatore il prof. Francesco Volpe). La maggior parte dei pazienti analizzati aveva lavorato per molti anni nello scavo di gallerie o come minatori in Belgio. Solo una minima parte dei casi considerati aveva assimilato polveri industriali. Nei casi riscontrati da Dalla Vecchia notevole è la frequenza e l’importanza delle complicazioni polmonari ed extrapolmonari della silicosi, e in particolare dell’enfisema, della bronchite e della mediastinopatia.
Dalla Vecchia riceveva i pazienti, oltre che all’ospedale, anche a casa sua in una stanzetta improvvisata. Spesso erano minatori di ritorno dal Belgio per una breve licenza. Li mandavano a casa per curarsi, in realtà lui sapeva bene che non sarebbero più ritornati al lavoro date le condizioni critiche determinate dal biossido di silicio inalato e depositatosi nei polmoni. I dati di questa malattia in Italia allora erano impietosi: 600 casi l’anno, 50 al mese.
Nella sua breve attività di medico, Vinicio Dalla Vecchia fece l’ispettore presso la sede di Padova dell’Inadel (Istituto nazionale assistenza dipendenti enti locali) con l’impegno di fare delle visite mediche sia in ospedale sia a domicilio. Il 28 dicembre 1953 l’Università gli conferì l’incarico di assistente straordinario alla Cattedra di medicina del lavoro con l’obbligo di prestare servizio a orario completo. Il suo sogno – ha raccontato Danilo Agostini in una testimonianza – era quello di «poter arrivare, attraverso la professione, fin dentro la “stanza dei bottoni” riservata a pochi, perché solo da questo punto di osservazione sarebbe stato possibile modificare alcuni aspetti della sanità a beneficio anche delle categorie di poveri più bisognosi».
Ma… cosa erano andati a fare gli italiani nella regione belga della Vallonia? Tutto era cominciato il 23 giugno 1946, quando Italia e Belgio stipularono il famigerato accordo «lavoratori in cambio di carbone». Noi dovevamo mandare minatori, il Belgio doveva fornirci il carbone per rimettere in piedi la produzione. Dal Veneto ne partirono molti senza sapere cosa li aspettava. Partivano sani, tornavano malati. Questa nostra regione era in miseria, non c’era lavoro, non c’erano speranze. Molti erano ancora analfabeti. Non sapevano neppure dov’era il Belgio. Lavoravano in cunicoli stretti come loculi, a mille metri di profondità, al buio, seminudi per il caldo asfissiante che arrivava anche a 40 gradi. Li chiamavano “musi neri” perché interamente coperti dalla polvere del carbone. Una storia incredibile che ha molti aspetti assurdi che allora non si sapevano.