Idee | Pensiero Libero
In questa torrida estate 2026, abbiamo avuto una grazia. Per il numero speciale de La Difesa del popolo che ogni anno esce all’Assunzione di Maria, una guida unica, eccezionale, ci ha condotto ai quattro angoli della Diocesi di Padova a incontrare volti e visitare luoghi, nei quali il suo spirito e il suo messaggio ancora oggi risplendono, a 800 anni dalla sua morte. Abbiamo seguito san Francesco sulle strade del nostro tempo e del nostro territorio, toccando monasteri, conventi e gruppi di adulti e giovani francescani. Nella città di Antonio c’è tanto Francesco: e come avrebbe potuto non essere così dato il fascino dell’assisiate sul giovane agostiniano lusitano? Il francescanesimo padovano oggi è multiforme: la vita contemplativa delle Clarisse (a due passi da Prato della valle e a Montagnana) e l’impegno sociale dei Conventuali a Noventa Padovana e Monselice. L’attenzione ai poveri dei Cappuccini a Thiene e dei Minori a Cittadella, come pure delle suore Francescane Elisabettine, che tra le altre cose gestiscono le Cucine economiche popolari.
Gli 800 anni dalla morte di Francesco diventano l’occasione per riscoprire questo carattere fondamentale dell’esperienza religiosa di Padova e della sua Diocesi. E, per una strana combinazione di fattori celesti e terreni, proprio mentre stavamo compiendo il viaggio che potete ripercorrere nelle pagine che seguono, un altro Francesco, l’emiliano Guccini, completava il suo passaggio nel mondo. Non poteva non tornare alla mente il filo invisibile, eppure robustissimo, che lega la radicalità evangelica di san Francesco alle parole laiche, ma profondamente intrise di sete di giustizia, della canzone Dio è morto dello stesso Guccini. Un legame che a un occhio superficiale potrebbe apparire persino azzardato, ma che rivela tutta la sua potenza profetica. Non è un caso che quel brano, censurato dalla Rai del 1967 per presunta blasfemia, trovò proprio ad Assisi – nella Cittadella della Pro Civitate Christiana – il suo primo palcoscenico e, subito dopo, la spinta coraggiosa delle frequenze di Radio Vaticana. I cattolici più attenti compresero subito che quel grido non era un attacco alla fede, ma l’esatto contrario: la denuncia di un’idolatria pagana mascherata da perbenismo, una ribellione interiore identica a quella che spinse il giovane figlio di Pietro di Bernardone a spogliarsi di tutto davanti al vescovo Guido.
La canzone si apre con lo smarrimento delle periferie esistenziali: «Ho visto la gente della mia età andare via / lungo le strade che non portano mai a niente». È lo specchio di una giovinezza che ieri come oggi rischia di naufragare nella mancanza di senso. Ma la colpa di questo vuoto non sta nei giovani, bensì nelle strutture di una società che ha barattato l’Assoluto con il benessere materiale. Quando il cantautore modenese scrive che Dio muore «nei miti dell’estate» o «nelle auto prese a rate», mette sotto accusa lo stesso consumismo sfrenato, lo stesso egoismo individualista che Francesco d’Assisi scardinò scegliendo Madonna Povertà. C’è una morte di Dio che avviene nel silenzio delle nostre comunità, quando la fede si riduce a un paravento morale privo di carità. Il brano lo urla con straordinaria lucidità: Dio muore «nelle fedi fatte di abitudine e paura». È la tentazione di una religiosità accomodante, che non disturba i potenti e non solleva gli ultimi. San Francesco rifiutò questa logica di pura facciata e andò a cercare il Cristo vivo tra i lebbrosi, fuori dalle mura rassicuranti della città, abbracciando una minorità che era innanzitutto prossimità verso gli scartati. Ma la vera convergenza tra il Poverello e il Maestrone risiede nell’ostinata, incrollabile certezza che la speranza non può essere soffocata. Il finale di Dio è morto si accende di una luce squisitamente pasquale: la «speranza appena nata» di cui parla Guccini è la certezza che il male non ha l’ultima parola e anticipa un vero e proprio inno alla Resurrezione: «Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge». Dio risorge ogni volta che una comunità si fa carico del debole, che i giovani scelgono la via della solidarietà contro quella dell’indifferenza. San Francesco e Guccini ci invitano, ciascuno con il proprio linguaggio, a non rassegnarci alla morte quotidiana della speranza, a cercare il Risorto lungo le strade degli uomini, dove la vita custodisce sempre l’audacia di un nuovo inizio.