Idee
A ottocento anni dalla sua morte la personalità di Francesco d’Assisi continua a esercitare un indiscusso fascino non solo tra i cristiani, ma anche oltre le appartenenze di fede. Non è il santo ricercato per i miracoli, ma a lui si guarda soprattutto come ispiratore di uno stile di vita di una spiritualità. I Fioretti raccontano che frate Masseo un giorno domandò al santo perché mai tutti lo seguissero, sebbene egli non fosse né bello, né potente, né particolarmente colto. Francesco rispose che Dio aveva scelto proprio lui, il più piccolo, perché fosse chiaro che ogni bene viene da Lui e non dalla creatura. Frate Francesco che, scrivendo la sua ultima volontà a Chiara e alle consorelle del monastero di San Damiano, si definiva «piccolino» (Fonti Francescane 140) ancora ci provoca alla scuola della sua umanità, in un tempo come il
nostro, in cui il valore dell’esistenza pare proporzionale alla visibilità e al successo.
Da giovane sognava la gloria del mondo. Figlio di un ricco mercante, aspirava a diventare cavaliere e a conquistare prestigio e fama. Tutto proteso a realizzare questo progetto è raggiunto dalla domanda giusta, quella capace di fare verità, di far vacillare l’ideale di se stessi, di rimettere nelle condizioni di ascoltare la sete autentica del cuore, la tensione radicale per la quale vale la pena di fermarsi e rimettersi in discussione. Una notte una voce lo incalza, «insiste e gli domanda chi ritiene possa essergli più utile: il servo o il padrone? “Il padrone”, risponde Francesco. “E allora – riprende la voce – perché cerchi il servo in luogo del padrone?”» (FF 587). Tommaso da Celano sintetizza la reazione del giovane assisiate nella questione che subito egli pone e che rappresenta l’avvio di una conversione che nasce dalla disponibilità a tornare sui propri passi e a ricominciare: «Che cosa vuoi che io faccia, o Signore?» (ivi). Il passaggio è forte: non si tratta più di cercare il senso a partire da sé, ma di radicarsi in un orizzonte più ampio del proprio, in un “valore” che non coincide con la gloria dell’ “io” ma che è la radice di ogni significatività.
L’esperienza decisiva in questo rovesciamento di prospettive è l’incontro con i lebbrosi. Nel suo Testamento Francesco dichiara chi sia il protagonista della sua rivoluzione: «[…] il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia» (FF 110). In quello spazio di maledetti e da lui, figlio del suo tempo, temuto e abitualmente scartato, spazio non scelto ma nel quale era stato condotto, Francesco nell’incontro con i più marginali scopre una libertà nuova e sperimenta che la vita cambia quando ci si lascia condurre oltre i propri schemi e interessi: «Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (ivi).
Entrato in un altro punto di vista, l’assisiate nell’incontro con il Crocifisso di San Damiano comincia a cogliere la forza riparatrice del Vangelo. La parola della Croce, «Francesco… va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (FF 593), inizialmente intesa alla lettera, dischiude progressivamente il suo significato: è più che riparare muri, è riformare se stessi, la Chiesa, le relazioni con il creato intero. È concretamente dare all’esistenza la forma del Vangelo, in un itinerario che per il santo si compie alla Verna: le stimmate sono la “firma” della sua totale adesione a Cristo.
Attualissimi sono i grandi temi della sua spiritualità. Anzitutto la fraternità. Ogni creatura è fratello e sorella per la condivisa dignità che le viene dall’Origine, da Dio: sono pertanto fratelli anche i lebbrosi, i briganti, il lupo, portatori in se stessi di un valore indiscutibile che non corrisponde a criteri di merito o di utilità.
A questa visione si lega la povertà, intesa come vivere sine proprio, senza possedere gli altri o le cose. Tutto è ricevuto, affidato e va restituito con gratitudine. La povertà è libertà dall’appropriazione e apertura alla condivisione, capacità di superare le logiche basate sul profitto preparando così la pace. Non è, per Francesco, una semplice assenza di conflitti: è dono di Dio, rivelazione puntualizza nel Testamento («Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia pace”», FF 121), è la scelta a ogni costo della relazione. Significativo a riguardo è il capitolo sedicesimo della Regola non bollata: ai frati inviati tra i musulmani il santo chiede di evitare dispute e di vivere disarmati in gesti e parole, come uomini di pace, minori.
Francesco scardina i parametri della nostra mentalità egocentrica e narcisistica, dichiarando anzitutto con la sua vita che il perimetro dell’io non basta a custodire la vita. È necessario il “di più”, ciò che è oltre noi stessi e che egli riconosce come dono: i fratelli e le sorelle, la creazione tutta, la misericordia di Dio e degli altri, quasi a ricordarci che si diventa più umani quanto più si fa spazio ad accogliere e quanto meno ci si chiude nell’illusione che il bene sia difendere solo se stessi.
San Francesco d’Assisi (1181-1226), nato da un ricco mercante, abbandona i beni materiali dopo una giovinezza spensierata per vivere in assoluta povertà, seguendo il Vangelo. Nel 1209 fonda l’Ordine dei Frati Minori, basato su umiltà, preghiera e servizio agli ultimi. Con santa Chiara dà vita alle Clarisse.
Nel 1224 riceve le stimmate sul monte della Verna. Nel Cantico delle Creature, manifesta un profondo amore per la natura e gli animali, visti come fratelli. Muore alla Porziuncola ed è canonizzato nel 1228. Oggi è patrono d’Italia e simbolo universale di pace e fraternità.

A proclamare san Francesco d’Assisi patrono d’Italia, insieme a santa Caterina da Siena, fu papa Pio XII il 18 giugno 1939. La memoria del santo ricorre il 4 ottobre, giorno della sua morte nel 1226, di cui quest’anno ricorre l’ottocentenario. Dal 1° giugno scorso è in vigore la legge che ristabilisce la festa nazionale del 4 ottobre, quindi il Paese tornerà a fermarsi per festeggiare il suo patrono.