Fatti
Arrestato e condannato a 20 anni di carcere solo per aver appoggiato le manifestazioni pro-democrazia dei giovani di Hong Kong. È la storia di Jimmy Lai, imprenditore di 78 anni. Malato e fortemente provato da una lunga detenzione di 5 anni, la sentenza a 20 anni di carcere – emessa da un tribunale nel febbraio scorso – equivale ad una condanna all’ergastolo. A chiederne la liberazione, si è schierato nei giorni scorsi anche il vescovo inglese mons. James Curry, responsabile per la libertà di religione e di credo della Conferenza episcopale Inghilterra e Galles. In una lettera al primo ministro britannico Burnham, Curry gli ha chiesto di seguire l’esempio dei suoi predecessori e di “fare tutto il possibile per ottenere la liberazione di Jimmy Lai”. Abbiamo chiesto a padre Gianni Criveller, missionario italiano del Pime, sinologo e con una lunga esperienza diretta della Cina e, in particolare, di Hong Kong, di raccontarci meglio questa storia.
Chi è Jimmy Lai e perché si trova attualmente in carcere.
Jimmy Lai è stato un imprenditore e, soprattutto, un editore di Hong Kong molto importante negli ultimi decenni. Era un ragazzo che veniva dalla Cina, dalla città di Canton, ed è arrivato a Hong Kong quando aveva 15 anni. Ha iniziato a lavorare in fabbrica e, con le sue sole forze e anche grazie al suo talento imprenditoriale, è diventato molto ricco. Ha fondato prima una nota azienda di abbigliamento, la Giordano, e poi il giornale Apple Daily, il più importante quotidiano di opposizione di Hong Kong. Da adulto, quando era già molto affermato, ha vissuto una conversione che ha portato ad una svolta nella sua vita: ha deciso di dedicarsi alla promozione della democrazia a Hong Kong e si è avvicinato personalmente alla Chiesa cattolica, fino a ricevere il battesimo.
Poi l’arresto.
A seguito dell’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale, nel 2020, è stato arrestato. In quanto cittadino britannico e disponendo di notevoli risorse, sia finanziarie sia in termini di relazioni e appoggi, avrebbe potuto lasciare Hong Kong. Ha scelto invece di rimanere per condividere il destino di tutti quei giovani che venivano arrestati dopo aver manifestato per la democrazia.
Perché arrestare proprio lui?
È stato preso di mira come simbolo della democrazia e della libertà. Il 9 febbraio di quest’anno è stato condannato a 20 anni di carcere. Lai ha 78 anni, è malato di diabete, è dimagrito molto e le sue condizioni di salute non sono buone:
Quanti si trovano ancora in una situazione simile alla sua?
Attualmente, le persone detenute per motivi legati alle manifestazioni politiche sono più di un migliaio. Complessivamente, coloro che sono stati arrestati in relazione alle proteste di piazza sono stati più di 10 mila. Molti, però, sono stati rilasciati in attesa del processo, hanno ricevuto condanne lievi o, in alcuni casi, sono stati assolti.
Ma che fine ha fatto questa protesta? I giovani si sono rassegnati?
C’è una data, a Hong Kong, che segna uno spartiacque decisivo: il 1° luglio 2020. Quel giorno è stata introdotta la legge sulla sicurezza nazionale, liberticida e severissima, imposta da Pechino. Sono stati soppressi e aboliti tutti i partiti politici che non fossero filogovernativi, così come i sindacati e i gruppi di base. È stata di fatto eliminata anche ogni forma di manifestazione pubblica. Ogni 4 giugno si teneva una grande veglia in ricordo delle vittime della strage di piazza Tiananmen, alla quale partecipavano 200-300 mila persone: anche questa manifestazione è stata abolita. Questa è la realtà. Perciò i giovani non è che si siano arresi o si siano stancati: è materialmente impossibile manifestare, perché farlo è considerato un reato. Di conseguenza, molti hanno lasciato la città, mentre altri devono continuare a vivere lì e a portare avanti la propria vita.
Sulla liberazione di Jimmy Lai, recentemente, si è espresso anche il vescovo inglese Curry. Perché lo ha fatto?
Credo che la richiesta di liberazione di Jimmy Lai sia motivata da due ragioni. La prima è che Jimmy Lai rappresenta un simbolo: è il più conosciuto e il più famoso tra i dissidenti che sono stati imprigionati, quello che ha maggiore notorietà a livello globale. Per questo, la sua liberazione, che ritengo assolutamente improbabile, rappresenterebbe un’apertura, un cambio di direzione da parte delle autorità di Hong Kong. Il secondo elemento è il fatto che Jimmy Lai è un cittadino britannico e questa cittadinanza offre un appiglio giuridico molto importante. Nella lettera scritta dal vescovo Curry, emerge però anche un altro aspetto interessante.
Quale?
Il fatto che Jimmy Lai sia cattolico. Questo fa capire perché i vescovi, e in particolare il vescovo Curry, siano intervenuti. Ma sia chiaro:
Jimmy Lai non è in prigione perché è cattolico. È in prigione perché si è impegnato per la democrazia a Hong Kong, come cittadino, come esponente della società civile, come imprenditore e come editore. Tra le persone che si trovano in carcere ci sono molti cattolici. Ma anche loro non sono in prigione perché sono cattolici: sono in prigione perché sono democratici e amano la libertà.
Tuttavia, si sono impegnati per la democrazia e per la libertà anche perché motivati dalla loro fede cattolica. Questo passaggio, secondo me, è estremamente importante e bisogna comprenderlo bene.
Nella lettera, il vescovo Curry ricorda anche che circa 200 mila cittadini di Hong Kong sono emigrati in Gran Bretagna.
Secondo me sono probabilmente anche di più, se si considerano quelli che si sono trasferiti in Scozia, ma 200 mila sono già un numero enorme. Molti hanno scelto di emigrare per non sottoporsi al sistema educativo patriottico imposto a Hong Kong. Per questo la Gran Bretagna sente più di altre nazioni europee la vicenda di Hong Kong, una vicenda che, nel resto d’Europa, è praticamente passata sotto silenzio e di cui oggi parlano pochissime persone.
Quale vocazione è chiamata ad avere Hong Kong?
Teoricamente, Hong Kong avrebbe dovuto avere storicamente un ruolo importante, perché Deng Xiaoping, il leader che guidò la modernizzazione della Cina, ideò anche la formula “un Paese, due sistemi” per Hong Kong. Un sistema fondato sulle libertà, sulla democrazia e su un’economia capitalista — anche se “capitalista” è forse un termine riduttivo. L’idea alla base di questo progetto era che Hong Kong dovesse diventare un’avanguardia. Ma questo progetto è abortito. Per questo, attualmente, non sono molto ottimista. Hong Kong è una città di circa sette milioni di abitanti. Chi va a Hong Kong vede persone che lavorano, che si occupano delle proprie famiglie, che si incontrano e che continuano a impegnarsi.
Hong Kong non è morta. E’ una città ancora viva.
C’è ancora libertà religiosa e la Chiesa conserva una certa capacità di autonomia. È una situazione che definirei una sorta di limbo: Hong Kong oggi è una terra di mezzo, una situazione di passaggio, e non è ancora chiaro quali saranno gli sviluppi futuri.