Chiesa
Una figura che ha illuminato l’orrore di Auschwitz. E’ quella di padre Massimiliano Maria Kolbe, nato con il nome di Raimondo il 7 gennaio 1894 in una Polonia ferita e stretta nella morsa dell’Impero russo. Zduńska-Wola è un piccolo centro di tessitori e contadini, dove la fede è più forte delle difficoltà quotidiane. In quella casa modesta, tra il telaio del padre Juliusz e le cure della madre Maria, levatrice, cresce un bambino vivace e curioso, segnato da un episodio che lui stesso ricorderà come decisivo: la visione della Vergine Maria, che gli offre due corone, una bianca e una rossa. La bianca significava che avrebbe perseverato nella purezza mentre la rossa che sarebbe morto martire. “Quale vuoi?”, le chiese. “Tutte e due”, rispose il piccolo Raimondo. “Ebbene, le avrai” – confermò la Vergine.
Nel 1907 entra tra i Francescani Conventuali di Leopoli e prende il nome di Maria Massimiliano. Mandato a completare gli studi teologici a Roma, viene ordinato sacerdote il 28 aprile 1918 dal cardinale Pompili nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. L’anno prima, mentre la massoneria scatenava nell’Urbe i suoi affronti alla Chiesa, il 17 ottobre 1917 fra Massimiliano fonda un’associazione, “La Milizia dell’Immacolata”, il cui motto è sintetizzato nel “rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l’Immacolata”, fermento che animerà tutta la sua vita spirituale e apostolica fino al martirio di carità del 1941.
In piena Seconda guerra mondiale, padre Kolbe viene deportato ad Auschwitz. Diventa il numero 16670. Trasporta cadaveri, tira carri di ghiaia, sopporta bastonate e fame. Eppure non smette di essere sacerdote: consola, ascolta, prega. “L’odio non è forza creativa; solo l’amore è forza creativa”, sussurra ai compagni nelle baracche. Un prigioniero ricorda: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Trasforma l’orribile detenzione del lager in un luogo di carità e di preghiera, fino al gesto estremo: offrire la sua vita per salvare quella di un padre di famiglia, chiedendo di morire al suo posto nel bunker della morte.
È il 14 agosto 1941 quando padre Kolbe viene ucciso con un’iniezione di acido fenico. “All’inizio di agosto – ha raccontato Franciszek Gajowniczek, l’uomo sopravvissuto grazie al sacrificio del sacerdote polacco – mentre io e tutti i prigionieri del mio blocco eravamo nei campi a mietere il grano, un uomo riuscì a fuggire. Per tutta la notte fummo lasciati in piedi ad aspettare mentre i tedeschi perlustravano le campagne intorno ad Auschwitz. Poi, al mattino, il Lagerfhurer venne e scelse dieci uomini da mandare a morte”. Tra questi Franciszek: “prima di lasciare la mia fila ricordo che mormorai ‘mi dispiace solo di lasciare mia moglie e i miei figli’. Poi raggiunsi gli altri condannati”. Qualche istante dopo padre Kolbe, in riga con gli altri prigionieri, si avvicinò al comandante e gli disse “vorrei andare al posto di uno di questi dieci che ha moglie e figli; io sono solo, sono un prete cattolico” e indicò l’uomo.
“Non ci conoscevamo – ha aggiunto Franciszek Gajowniczek – o meglio io lo avevo riconosciuto al suo arrivo al campo alla fine di maggio del 1941: si era presentato a quelli del mio blocco come un sacerdote cattolico e io, che ricevevo a casa prima della guerra le pubblicazioni del movimento mariano da lui fondato, capii subito chi era”. All’inizio Franciszek non riusciva a credere di essere stato risparmiato ma poi, per qualche tempo, “fui tormentato dal rimorso” e ha capito che doveva svolgere un compito: quello di “testimoniare sul suo martirio”.
A Varsavia padre Kolbe aveva fondato, con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, “Niepokalanow”, la “Città di Maria”. All’ingresso una statua della Madonna accoglieva chiunque si recasse in quel luogo. La povertà e l’Immacolata erano il fondamento di questa città: esempi di povertà vissuti come nelle prime comunità di San Francesco d’Assisi. Padre Kolbe non voleva niente per sé perché interamente “posseduto” da Dio, in “proprietà” assoluta dell’Immacolata. Ciò che avvenne negli anni successivi ha del miracoloso: dalle prime capanne si passò a edifici in mattoni, dalle vecchie stampatrici alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo. Il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse tirature di milioni di copie, cui si aggiunsero altri sette periodici. Diceva di voler “fasciare il mondo di stampe”: e il suo impegno editoriale fu intensissimo, fondando mensili, settimanali e il “Mali dziennik”, quotidiano che nel 1935 superava le 200 mila copie.
La sua morte non è stata una sconfitta. E’ stata il compimento delle due corone ricevute da bambino. Nel 1982 Giovanni Paolo II lo proclama “martire della carità”. Accanto a lui, quel giorno, c’è proprio Gajowniczek, l’uomo che aveva salvato.