Giordania, rifugiati a lezione di cucina. Accogliere per restituire
Il regno di Abdullah II bin Al Hussein è il Paese che accoglie più profughi in assoluto in Medio Oriente: tre milioni su dieci milioni di abitanti. Palestinesi ma non solo. C’è bisogno di ridare dignità alle persone per poterle integrare. Il racconto di don Mario Cornioli, sacerdote fidei donum della diocesi di Fiesole
Arrivato in Giordania nel 2015, dopo anni di ministero in Terra Santa al servizio del Patriarcato latino di Gerusalemme, don Mario Cornioli, sacerdote fidei donum della diocesi di Fiesole si è trovato davanti una realtà segnata da accoglienza e umanità. “Un Paese straordinario, una Chiesa viva e una fede autentica”, racconta. Una terra dove – nonostante tutto – cristiani e musulmani continuano a credere nella convivenza. La Giordania, infatti, è uno dei principali Paesi di accoglienza della regione: circa 3 milioni di profughi su una popolazione di 10 milioni. Un dato che pesa ancora di più se si considera la scarsità di risorse, a partire dall’acqua.
Progetti Mar Yohanna e Rafedìn . “Restituire dignità è il primo passo per riaccendere la speranza”, spiega don Cornioli. Per molti rifugiati – spesso privi di accesso a lavoro, istruzione e cure sanitarie – la vita quotidiana è sospesa nell’attesa di un futuro altrove”.
“Da qui la scelta di avviare progetti di sviluppo capaci di dare senso al tempo dell’esilio e favorire l’integrazione”.
Grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana e ai fondi dell’8xmille, sono nati due percorsi significativi. Il primo è Mar Yohanna, ristorante italiano gestito da rifugiati: in nove anni ha formato circa 120 giovani e oggi dà lavoro a 31 persone. Il secondo è Rafedìn, laboratorio sartoriale nato dieci anni fa, che ha coinvolto 150 ragazze e offre attualmente occupazione a 14 di loro.
Due “laboratori di vita”.Mar Yohanna e Rafedìn sono “laboratori di vita”: luoghi dove imparare un mestiere, ma anche ricostruire fiducia e relazioni. “Abbiamo visto tornare il sorriso sui volti delle persone”, racconta il sacerdote. “E questo è forse il frutto più importante”. Molti rifugiati, vittime di violenza e persecuzioni, hanno perso tutto: casa, lavoro, futuro. “Non bastava rispondere all’emergenza – cibo, medicine, affitti – ma occorreva curare le ferite più profonde”, spiega. Il cuore della missione sta proprio qui: offrire una nuova possibilità. “Quando qualcuno ti accoglie senza chiedere nulla, ti accompagna e si prende cura delle tue ferite, diventa possibile rialzarsi”. Un’esperienza che il sacerdote riconosce anche nella propria vita: “È ciò che il Signore ha fatto con me, e che cerco di fare con gli altri”. Da questa reciprocità nasce una speranza concreta, capace di trasformare storie segnate dalla perdita in percorsi di rinascita.