Fatti
Si sente parlare continuamente di “dazi”. Sono diventati una delle parole più utilizzate per raccontare rapporti commerciali sempre più tesi e atteggiamenti ostili tra Paesi. Ma cosa siano realmente e, soprattutto,
chi finiscano per colpire, direttamente e indirettamente, non è sempre altrettanto chiaro.
Un dazio è una tassa applicata alle merci importate. Può proteggere la produzione nazionale, generare entrate per lo Stato o diventare uno strumento di pressione commerciale. Ma non esiste un solo tipo di dazio: ci sono quelli ordinari e preferenziali, i dazi antidumping, quelli compensativi contro prodotti sostenuti da sovvenzioni e le misure di salvaguardia, adottate per proteggere temporaneamente un settore dall’aumento delle importazioni. La Wto – World trade organization(Organizzazione mondiale del commercio), insieme a Itc – International trade centre (Centro internazionale per il commercio) e Unctad – United Nations trade and development (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo), pubblica i World Tariff Profiles 2026, che raccolgono dati su dazi e misure non tariffarie per oltre 170 Paesi e territori doganali. Il database consente di distinguere, tra l’altro, tra dazi massimi vincolati e quelli effettivamente applicati, tariffe medie e ponderate sugli scambi, prodotti agricoli e non agricoli. La domanda decisiva, però, è un’altra:
chi paga?
Formalmente il dazio viene riscosso alla frontiera dal Paese importatore e versato dall’importatore. Ma il costo può essere trasferito lungo la filiera. Un’impresa può aumentare i prezzi, ridurre i margini, cambiare fornitore o rinunciare all’acquisto. E alla fine una parte del conto può arrivare al consumatore. I dati del Nber – National bureau of economic research (Ufficio nazionale per la ricerca economica) aiutano a capire il meccanismo. Uno studio pubblicato nell’aprile 2026 stima che, per i dazi statunitensi del 2025, circa il 90% sia stato trasferito sui prezzi comprensivi del dazio pagati dagli importatori americani. Un’altra ricerca Nber, pubblicata nel luglio 2026, stima invece che circa il 26% dell’aumento dei dazi sia arrivato direttamente o indirettamente ai prezzi al consumo, anche attraverso l’aumento del costo degli input importati dalle imprese americane.
Il Paese contro cui viene annunciato un dazio, dunque, non è necessariamente quello che ne sostiene l’intero costo. Il primo a pagare può essere l’importatore; il conto può poi passare all’impresa e arrivare fino alla persona che acquista il prodotto.
Qui il commercio internazionale smette di essere soltanto una questione di percentuali. Secondo Unctad, i dazi sono aumentati nel 2025 del 10% nelle economie sviluppate, del 16% in quelle in via di sviluppo e del 18% nei Paesi meno sviluppati. Ma c’è un’altra barriera meno visibile: norme tecniche, certificazioni, requisiti sanitari e procedure amministrative, cioè le cosiddette misure non tariffarie. Nel 2026 queste generano costi commerciali superiori a quelli dei dazi nell’88% dei Paesi analizzati. Per un grande gruppo industriale può significare un aumento dei costi. Per una piccola impresa può significare rinunciare a un mercato.
Per una persona comune può significare semplicemente non riuscire più ad acquistare ciò di cui ha bisogno.
Il problema diventa ancora più evidente nei territori segnati dalla guerra. Ma qui occorre una distinzione: dazio, sanzione, embargo e restrizione commerciale non sono la stessa cosa. Possono però produrre, in determinate circostanze, una conseguenza comune: rendere più difficile o più costoso procurarsi beni. La Russia è un esempio di pressione economica esercitata soprattutto attraverso sanzioni e restrizioni commerciali. Il 23 luglio 2026 l’Unione europea ha adottato il 21° pacchetto di sanzioni, con misure contro 48 persone e 170 entità, ulteriori restrizioni alle esportazioni di beni e tecnologie a duplice uso e nuove misure nei settori energetico e finanziario. L’Ucraina rappresenta invece un caso differente: l’Unione europea ha utilizzato anche la politica commerciale come strumento di sostegno all’economia di un Paese in guerra, attraverso misure di liberalizzazione degli scambi. Ancora più drammatica è la situazione a Gaza. Qui parlare semplicemente di dazi sarebbe improprio. Le Nazioni Unite documentano restrizioni all’ingresso di beni essenziali, comprese difficoltà per generatori, olio motore e pezzi di ricambio. Secondo Ocha – Office for the coordination of humanitarian affairs (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), la carenza di questi materiali ha provocato guasti a veicoli e generatori, compromettendo distribuzione del cibo, trasporto dell’acqua, ambulanze e persino il funzionamento di ospedali e unità di terapia intensiva.
È qui che una decisione commerciale o una restrizione economica può assumere un significato umano completamente diverso.
Un componente che non arriva può essere un costo per un’azienda; per un ospedale può diventare un’apparecchiatura che non funziona. Un generatore fermo può essere una perdita economica; in un territorio di guerra può significare interrompere elettricità, acqua o cure. Dazi, sanzioni, embarghi e restrizioni restano strumenti diversi e non possono essere confusi. Ma per chi aspetta una medicina, per un medico che deve far funzionare un’apparecchiatura o per un’organizzazione umanitaria che deve mantenere acceso un generatore, la domanda finale può essere la stessa: quel bene arriverà oppure no? Alla fine, dunque, la domanda non è soltanto chi viene colpito dal dazio, ma chi ne sopporta realmente il costo. Può essere l’importatore, l’impresa, il lavoratore o il consumatore. Nei Paesi più fragili può diventare un problema di accesso ai beni essenziali. E nei territori devastati dalla guerra può arrivare fino a chi non sta scegliendo quale prodotto comprare, ma sta cercando semplicemente di curare, nutrire o salvare un’altra persona.
Il dazio nasce alla frontiera. Il suo costo, spesso, attraversa la frontiera e arriva fino alla vita quotidiana.