Storie
Un Paese che non contempla il visto turistico emana mistero. In Repubblica del Congo ci si reca solamente per lavoro e, dunque, su invito. Dopo qualche giorno di permanenza l’atmosfera sembra di segretezza. Tutto è detto in forma di bisbiglio, non si grida né tanto meno si parla di questioni importanti a piena voce. Le multinazionali di gas e petrolio lavorano a pieno ritmo, il mare è un panorama di piattaforme petrolifere, stalagmiti d’acciaio boccheggianti fuoco. Gli affari qui si fanno in silenzio, così come le donne subiscono violenza in silenzio.







Nei villaggi fuori dai centri abitati, nelle sempre più ridotte foreste, abitano persone completamente escluse dagli affari di cui si parla. E nei loro piccoli mondi, fatti di case di bambù e vecchie assi di legno, piazzali in terra secca, polverosa e rossa, vige un codice silenzioso, appunto, e accettato: gli uomini possono accanirsi contro le donne. È un fenomeno che riguarda tutta l’Africa subsahariana. I dati dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, confermano che il 33 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito abusi fisici o sessuali. In tutto il continente, quasi il 50 per cento delle donne ha subito violenza sessuale e di genere in una fase della vita. Un dato dell’Unicef invece traccia la profondità culturale del problema: il 76 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni considera normale che un uomo possa picchiare la sposa se reticente ai suoi ordini o contraria ad avere rapporti sessuali.
Inoltre, secondo la Banca Mondiale, le perdite economiche legate alla violenza contro le donne nei Paesi africani possono arrivare a pesare fino al 3,7 per cento del Pil nazionale a causa delle giornate lavorative perse e dei costi sanitari.
È in questo contesto di accettazione e debolezza istituzionale e culturale che la violenza si rivela un sistema di indebolimento dell’integrità fisica e psicologica delle vittime. Nella Repubblica del Congo, dove oltre il 50 per cento delle donne riporta di aver subito soprusi domestici nel corso della vita, questa piaga assume forme molteplici: violenze fisiche, verbali e sessuali, ma anche discriminazioni razziali e riti consuetudinari violenti. Tra le manifestazioni più brutali figura l’accanimento contro le vedove. Ritenute spesso colpevoli della morte del marito da parte della famiglia acquisita, le donne vengono sottoposte a riti punitivi degradanti: costrette a rasarsi i capelli e ad accudire incatenate la salma del consorte per giorni interi, per poi essere spogliate di ogni bene ed espulse da casa. Un’umiliazione che le lascia per strada senza risorse e senza dignità, trascinando sacchi di manioca o carbone e sperando in qualche acquirente. A ciò si aggiunge il razzismo strutturale verso la popolazione degli autoctoni (storicamente noti come pigmei), le cui donne subiscono una doppia emarginazione: in quanto donne e in quanto appartenenti a una minoranza priva di tutele reali. Il secolare sopruso contro i pigmei si riassume nella loro sistematica sottomissione economica e sociale, riducendoli in schiavitù da parte delle popolazioni bantu maggioritarie, che li considerano storicamente come individui inferiori e privi di diritti di proprietà.
Gli abusi sessuali su minorenni, i soprusi sulle donne con disabilità fisiche, le aggressioni alcol-correlate, le minacce con armi da taglio e le discriminazioni quotidiane sono solo alcuni degli infiniti drammi che si celano dietro le pareti delle abitazioni. In molte aree del Paese, le donne vivono costrette a nascondersi all’interno delle proprie case, con occhi spenti e rassegnati, nella paura di ciò che potrebbe avvenire dentro le mura domestiche. La violenza non è un evento eccezionale, ma una routine tollerata.
A Pointe-Noire e nell’area circostante, l’Unione Europea e la Fondazione Avsi, in stretta collaborazione con organizzazioni della società civile locale – come l’Association Tayuwana, il Groupe de Réflexion contre les VBG (Violences Basées sur le Genre) e altre associazioni operanti nel dipartimento di Kouilou – hanno promosso un progetto fondamentale intitolato “Kutelema na Kuniokuama ya ba kento – Levons-nous contre la maltraitance des femmes” (Alziamoci contro i maltrattamenti sulle donne).
L’intervento si rivolge in modo specifico al dipartimento di Kouilou, un’area geografica strategica in cui risiedono circa 45 mila donne. L’obiettivo primario dell’iniziativa è promuovere la tutela e l’emancipazione femminile attraverso un sistema integrato di supporto. Il progetto lavora su più livelli: offre assistenza diretta alle vittime tramite interviste personalizzate e gruppi di riflessione psicosociali, diffonde la conoscenza dei diritti umani e delle donne e ha strutturato una rete funzionale con le autorità locali. Questa sinergia coinvolge le Direzioni dipartimentali, le forze dell’ordine e i centri di sanità territoriali, garantendo un protocollo rapido nei casi in cui siano necessarie cure mediche d’emergenza o un sostegno psicologico e legale duraturo.
Accanto all’assistenza diretta, il progetto punta alla trasformazione culturale della comunità. L’azione mira a sensibilizzare circa 15 mila persone attraverso incontri pubblici, dibattiti nei villaggi e programmi radiofonici e televisivi a capillare diffusione. Contestualmente, gli operatori si sono posti il compito di intervistare e raccogliere la documentazione dettagliata sugli abusi subiti da circa 450 donne di ogni età. Questo lavoro di mappatura è essenziale per rompere il muro dell’omertà e fornire dati certi alle istituzioni congolesi per la futura applicazione delle leggi a tutela della donna, come la legge “Mouebara”, promulgata dal governo di Brazzaville per contrastare le violenze di genere, ma ancora scarsamente applicata nei tribunali locali.
Ciò che emerge dall’esperienza del dipartimento di Kouilou è che la battaglia contro la violenza sulle donne non può limitarsi all’adozione di leggi o alle emergenze sanitarie. La vera sfida, nella Repubblica del Congo, come in molti altri Paesi dell’Africa subsahariana, consiste nello scardinare le giustificazioni culturali e tradizionali che normalizzano l’abuso. Quando la maggioranza delle donne arriva a considerare legittima la propria sottomissione fisica, la violenza cessa di essere percepita come un reato e diventa norma sociale.
Iniziative come “Kutelema na Kuniokuama ya ba kento” dimostrano che il cambiamento è possibile solo unendo la cooperazione internazionale all’azione degli attori locali che conoscono a fondo il territorio. Restituire voce alle 450 donne intervistate e proteggere le 45 mila residenti del Kouilou significa tracciare una strada verso la dignità. La pace sociale e lo sviluppo economico di molte zone dell’Africa non potranno mai dirsi compiuti finché metà della sua popolazione sarà costretta a vivere nel timore tra le pareti domestiche.
La situazione europea, secondo i dati aggiornati dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA), vede il 31 per cento delle donne vittime di abusi fisici o sessuali, con picchi allarmanti nelle relazioni di coppia. Un dato impressionante è il muro del silenzio: appena il 6 per cento delle vittime denuncia il partner. I femminicidi sono oggetto di cronaca quotidiana in molti Stai membri dell’UE, svelando le fragilità delle misure di protezione e l’insufficienza dei centri antiviolenza, spesso privi di fondi adeguati. L’Unione Europea tenta di reagire introducendo direttive comuni contro i reati di genere, ma l’applicazione legislativa tra i vari Paesi comunitari appare ancora troppo frammentata.
Lo scenario occidentale, se confrontato con la situazione del continente africano, sembra migliore, soprattutto dopo l’entrata in vigore della Direttiva UE 2024/1385, che fissa norme minime in tutti i Paesi membri per tutelare le vittime, punire i reati e rimuovere i contenuti illeciti online e impone a tutti gli Stati membri di criminalizzare a livello penale pratiche odiose come le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e varie forme di violenza informatica.
Fotografo documentarista, i suoi lavori, realizzati in tutto il mondo, sono pubblicati nei più importanti magazine italiani e internazionali. Collabora con Ong per reportage editoriali in ambito di cooperazione. Info: www.andreasignori.it