Idee
Il Consiglio Regionale del Veneto torna ad occuparsi del “fine vita”. In queste settimane sono stati diversi gli interventi che hanno acceso il dibattito, dalle dichiarazioni dell’ex governatore Luca Zaia fino all’intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia.
Due elementi preliminari sono fondamentali per evitare di guardare a questo tema in modo superficiale. Primo: il confronto mediatico è tutto rivolto al tema della legalizzazione del suicidio medicalmente assistito, riducendo così il dibattito sul fine vita che porta con sé molti altri significati. Basti pensare alla lotta contro l’accanimento terapeutico – in cui la Chiesa si è pronunciata fin dal 1980 con il documento Iura et Bona e più recentemente nel 2020 con il documento Samaritanus Bonus -, alla sedazione palliativa profonda, alle cure palliative, alle disposizioni anticipate di trattamento, alla pianificazione condivisa delle cure, al consenso informato, questi ultimi tre elementi sanciti dalla legge 219/2017. Si capisce dunque come ridurre il dibattito mediatico a un sì o a un no sia molto semplificante. Secondo: appare singolare che già diverse regioni ed enti locali, tra cui Emilia-Romagna, Sardegna e Toscana, abbiano recepito una proposta d’iniziativa popolare strettamente connessa ad una singola associazione. Rispetto ad un processo di costruzione di una legislazione condivisa su un tema tanto delicato, appare quasi una resa della politica demandare l’intero dispositivo legislativo, con alcuni ritocchi, alla pur legittima istanza presentata da chi ha raccolto firme. Un metodo di condivisione, di mediazione e di riduzione delle spigolosità più evidenti tra le parti, favorirebbe senza dubbio anche un clima meno polarizzato nell’opinione pubblica. Non è un caso che queste polarizzazioni attraversino al loro interno anche i due schieramenti politici.
Venendo ai temi oggetto del dibattito, sul piano etico-giuridico, la valutazione dirimente rimane quella relativa alle sentenze della Corte Costituzionale che, rispetto al caso DJ Fabo, ha definito la non punibilità – non la legalizzazione – dell’aiuto a morire, di fronte a quattro criteri: capacità di intendere e volere, essere affetti da patologia irreversibile, che tale patologia sia fonte di gravi sofferenze fisiche o psichiche, essere tenuti in vita da mezzi di sostegno vitale. Il nocciolo del dibattito sarà dunque capire se si vuole allargare questo piccolo spazio aperto dalle sentenze nazionali, in attesa di un intervento del Parlamento, o se si intenda restare nel perimetro indicato dalla Corte stessa.
Tale questione, che viene indicata come scelta di autodeterminazione individuale, ben diversa dalla autonomia relazionale, sembra altresì una questione che tocca la vita di tutti. Da una cultura della prossimità e della cura, il piano scivoloso a cui siamo di fronte può portare, anche e soprattutto per ragioni di sostenibilità in tempi di finanze risicate, ad una cultura dello scarto. Non si tratta di limitati e singoli casi, ma di una frontiera che può aprire scenari culturali inediti, come manifestato anche nei Paesi che già hanno queste legislazioni. Dal rischio dei decenni scorsi dell’accanimento o ostinazione terapeutici si sta velocemente passando al rischio opposto e solidale dell’abbandono terapeutico.
Questo dibattito da momento di scontro ideologico può diventare, anche per le comunità cristiane spesso polarizzate come conseguenza delle appartenenze politiche, un momento di crescita e di dialogo rispetto a tematiche che, a seconda dei momenti storici, sono state trattate in modo ossessivo o sono state quasi dimenticate perché ritenute troppo complesse.