Idee | Lettera.D
La nostra Carta fondamentale nasce dalle macerie materiali e sociali della guerra. I costituenti hanno vissuto la coraggiosa ripartenza e l’hanno consegnata alle generazioni successive, non come traguardo storico, ma come fonte di rinnovato impegno umano e sociale. Il secondo comma dell’articolo 3 affida all’Italia del futuro il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza di ogni persona. Eppure, c’è ancora chi legge la Costituzione come un inventario di garanzie, senza assumere fino in fondo la responsabilità di attuarla in modi coerenti con l’evoluzione sociale.
Da alcuni anni un gruppo nazionale di ricerca della Fondazione Zancan, composto da giuristi, economisti e studiosi di welfare, si interroga su come contrastare la regressione di fiducia nella possibilità stessa di garantire un welfare solidaristico e universalistico. Questo fondamento costituzionale è oggi messo in discussione da rivendicazioni assistenzialistiche e da privilegi incompatibili con la giustizia sociale. Il gruppo è entrato con coraggio nel merito di queste contraddizioni, riconducibili a quattro sfide principali.
La prima sfida è ricomporre diritti e doveri, perché il nostro ordinamento non prevede gli uni senza gli altri. L’articolo 2 della Costituzione riconosce insieme i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di solidarietà. Nel tempo, però, la cultura politica e amministrativa li ha spesso separati, attribuendo i diritti ai cittadini e i doveri alle istituzioni. Ne sono derivate irresponsabilità e pretese che hanno indotto la classe politica a promesse elettorali che legittimano i privilegi, impoverendo la democrazia.
La seconda sfida è promuovere responsabilità e capacità. L’opacità dello schema promessa-pretesa rende infatti difficile affrontare i problemi umani insieme alle persone. Condividere la responsabilità dei risultati è parte della soluzione. Chi chiede aiuto non esprime soltanto bisogni: ha capacità da riconoscere, esprimere e valorizzare. L’aiuto autentico parte, infatti, dal riconoscimento della dignità di ogni persona, riequilibrando i rapporti di potere che sbilanciano le relazioni tra chi aiuta e chi è aiutato.
La terza sfida è il «concorso al risultato», nel senso indicato dall’articolo 4 della Costituzione, che chiede a ciascuno, anche a chi è aiutato, di concorrere al progresso materiale o spirituale della società. Nelle pratiche di welfare questo significa non confondere le prestazioni con le soluzioni, perché concentrarsi sulle erogazioni lascia in secondo piano le corresponsabilità, la valutazione condivisa dei benefici ottenuti, le integrazioni tra capacità umane e professionali.
La quarta sfida riguarda il passaggio appena descritto: dall’assistenzialismo alla corresponsabilità. I costituenti lo esprimono nel quarto comma dell’articolo 118, riconoscendo l’autonoma capacità sussidiaria, cioè l’iniziativa dei cittadini, singoli e associati, chiamando le istituzioni a favorirla.
Il gruppo di studiosi della Fondazione Zancan, in dialogo con altri Paesi, sta selezionando soluzioni efficaci, implementabili, con argomentazioni giuridiche, economiche, professionali. Valorizzano i risultati maturati dopo anni di pratiche generative, dove chi promuove il “concorso solidale al risultato” umano e professionale supera il prestazionismo erogativo e moltiplica il valore a disposizione, rendendo sinergiche le capacità.
L’invito rivolto a ogni generazione emerge dalla Costituzione e, a più riprese, dal Magistero ecclesiale. Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, lo lega indissolubilmente alla composizione dei diritti con i doveri, ricordando che «coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti» (88). Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, lo ribadisce affermando che «i progetti per uno sviluppo umano integrale non possono pertanto ignorare le generazioni successive» (48). Papa Leone XIV apre la sua enciclica Magnifica Humanitas dicendo: «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile».
Con umiltà e determinazione don Giovanni Nervo, Servo di Dio, ha testimoniato nella sua vita le potenzialità del dialogo tra Vangelo e Costituzione, sollecitando tutti, soprattutto i giovani, a generare forme più giuste e fraterne di socialità solidale.