Idee
L’intelligenza artificiale ha bisogno di una quantità crescente di potenza di calcolo. Dietro una domanda a un chatbot, la generazione di un’immagine o l’addestramento di un grande modello ci sono infatti server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che consumano energia. E mentre la domanda di servizi basati sull’IA continua ad aumentare, qualcuno sta pensando a una soluzione radicale: spostare i data center dalla Terra allo spazio.
L’idea può sembrare fantascientifica, ma non lo è più. Diverse aziende hanno già presentato negli Stati Uniti progetti per realizzare grandi costellazioni di satelliti destinati, in prospettiva, a ospitare capacità di calcolo direttamente in orbita.
La ragione è intuitiva. Nello spazio un data center potrebbe sfruttare in modo molto più continuo l’energia solare, riducendo almeno in teoria alcuni dei problemi delle infrastrutture terrestri: consumo di suolo, pressione sulle reti elettriche e necessità di grandi sistemi di raffreddamento.
Il problema è che una soluzione pensata per ridurre alcuni impatti ambientali potrebbe crearne di nuovi.
Uno studio pubblicato nell’agosto 2026 da Aaron Boley, Samantha Lawler e Hanno Rein ha analizzato alcune delle proposte attualmente allo studio. Le dimensioni sono impressionanti: i progetti depositati presso la Federal Communications Commission statunitense prevedono costellazioni che possono andare da decine di migliaia fino a un milione di satelliti.
La stessa FCC ha confermato che SpaceX ha presentato una richiesta relativa a un sistema di data center orbitali composto, nella configurazione massima prevista, da un milione di satelliti. Altre società hanno avanzato progetti nell’ordine delle decine di migliaia di unità.
Per sfruttare al massimo l’energia solare, molti di questi satelliti potrebbero essere collocati in particolari orbite vicine alla linea che separa la parte illuminata della Terra da quella in ombra. I loro grandi pannelli solari rifletterebbero però una parte della luce verso il nostro pianeta.
Ed è qui che emerge il problema.
Boley e colleghi hanno simulato come apparirebbero queste gigantesche costellazioni viste dalla superficie terrestre. Nel caso più estremo, in assenza di misure efficaci per ridurre la luminosità, i satelliti visibili potrebbero superare di cento volte il numero delle stelle osservabili a occhio nudo in determinati momenti della notte.
Alle nostre latitudini l’effetto sarebbe soprattutto evidente intorno al tramonto e all’alba. Avvicinandosi alle regioni polari, invece, alcune strutture luminose potrebbero restare visibili per molte ore, formando grandi archi o anelli artificiali nel cielo.
Ma attenzione, non sarebbe soltanto una questione estetica. Per l’astronomia, una presenza così massiccia di oggetti artificiali potrebbe interferire con le osservazioni dei telescopi ottici, rendendo più difficile studiare corpi celesti molto deboli. Il calore prodotto dai satelliti potrebbe disturbare anche le osservazioni nell’infrarosso, mentre i segnali utilizzati per comunicare con la Terra potrebbero creare problemi alla radioastronomia.
Alla base di questi progetti c’è un problema reale: la crescita molto rapida della domanda energetica del settore digitale.
Secondo le più recenti stime dell’International Energy Agency, i data center hanno consumato circa 485 terawatt/ora di elettricità nel 2025. Entro il 2030 il consumo potrebbe arrivare a circa 950 terawatt/ora, quasi raddoppiando in cinque anni. La crescita dei data center dedicati specificamente all’intelligenza artificiale è ancora più veloce.
Portare una parte di questa capacità di calcolo nello spazio potrebbe quindi apparire come una risposta tecnologicamente affascinante. Ma spostare un problema non significa necessariamente risolverlo.
Ai possibili vantaggi energetici devono infatti essere affiancati i costi ambientali dei lanci, la produzione dei satelliti, il rischio di collisioni e detriti spaziali, la gestione dei veicoli a fine vita e soprattutto la trasformazione di un ambiente che fino a oggi abbiamo considerato patrimonio comune dell’umanità: il cielo notturno.
La questione, dunque, non riguarda soltanto l’astronomia. Ci obbliga a porre una domanda più ampia: fino a che punto l’espansione delle infrastrutture digitali può modificare l’ambiente che abitiamo?