Idee
Come sta cambiando la vita nelle nostre città? Soprattutto in quelle medio grandi si sta inesorabilmente perdendo la dimensione dei quartieri. Un tempo questi ultimi erano ben definiti, con un’identità forte, delle connotazioni e dei riti che li rendevano peculiari. Le persone custodivano gelosamente la loro appartenenza ad un territorio. Spesso si celebrava una festa o sagra rionale. Oggi questo avviene molto meno e la vita urbana diviene sempre più anonima e a volte alienante. Sono le conseguenze della “gentrificazione”, quel fenomeno – abbiamo imparato a conoscerlo – che, in particolare nelle zone centrali delle grandi città, ridefinisce le caratteristiche delle abitazioni e dei servizi, dando la precedenza al turismo e ad un target di abitanti più facoltosi, a scapito dei vecchi abitanti e delle famiglie con redditi più bassi che si vedono costretti a trasferirsi in zone più periferiche. Un altro fenomeno connesso a questa tendenza è quello che vede sostituire grandi centri commerciali e discount di catene alimentari al posto dei tradizionali negozi al dettaglio. Tutto concorre a che gli individui da un lato apparentemente siano più facilitati a soddisfare i propri bisogni, dall’altro, però, conducano esistenze molto più isolate, prive del salutare confronto e incontro con l’altro. Per contrastare questa deriva giocano un ruolo fondamentale le famiglie, o meglio quelle famiglie che consapevolmente si mettono in gioco per vivificare le vie e le piazze dei luoghi in cui risiedono. Si tratta di assumere una concezione del tempo stesso come un dono che può essere condiviso e non solo speso per il proprio benessere. Vuol dire salutare sempre per primi le persone conosciute e diffondere un clima di prossimità. Significa andare a fare la spesa con gli occhi vigili su chi possa trovarsi in difficoltà nello scegliere un prodotto o un altro, o col peso delle borse da portare a casa. Essere pronti a fermarsi per un caffè, rallentare sul marciapiede per scambiare due battute con una persona anziana. Spesso nel quartiere resiste come baluardo di socialità la comunità parrocchiale. In essa è auspicabile che si ritrovino dei gruppi famigliari. È bene che la comunione di questi ultimi tracimi dal contesto della parrocchia e si estenda anche ad altri nuclei famigliari che al momento non frequentano la vita della comunità. Non avrebbe senso trovarsi bene col proprio gruppo e poi non avere il minimo scambio con chi vive nel condominio o sullo stesso pianerottolo. Nonostante le apparenze, il desiderio di incontrarsi e di conoscersi è ancora molto vivo nelle persone, anche se inizialmente può prevalere l’imbarazzo celato sotto una sorta di indifferenza. Abbiamo bisogno di famiglie che siano disposte ad aprire le porte dei loro appartamenti e a mettere in campo una nuova capacità di accogliere l’altro e intersecare il suo cammino. Gli spazi che il quartiere offre possono essere abitati dalla fantasia dei giovani e dei ragazzi che mettono in gioco il loro desiderio di aggregarsi. Lo stesso vale per i nonni e gli anziani, spesso ben lieti di raccontare il passato dei luoghi alle nuove generazioni. Tutto questo non è facile, significa andare controcorrente, ma creare e sostenere una rete viva di famiglie sul territorio è la via, forse l’unica, perché la parola progresso non significhi solo sofisticazione della tecnologia, ma anche e soprattutto promozione umana.