Idee
Anche se la cronaca non le ha registrate sono state innumerevoli nell’estate appena conclusa le attività educative e ricreative che hanno coinvolto in molti luoghi del nostro Paese un numero ragguardevole di ragazzi e ragazze accompagnati educatori ed educatrici per la maggior parte giovani.
La legge 23 luglio 2026 n.135 delega al Governo il compito di sostenere e disciplinare iniziative definite “non formali” che si affiancano a quelle istituzionali della scuola e di altri enti analoghi.
È una legge che si aggiunge ad altre precedenti in questo ambito e mette in risalto il valore culturale e sociale di una proposta educativa che in larga misura viene da oratori parrocchiali, associazioni cattoliche e istituti religiosi.
In molte di queste esperienze si registra tra l’altro una intesa con le amministrazioni comunali consapevoli che la proposta educativa “non formale” merita considerazione e sostegno.
In ogni caso la comunità cristiana non intende sostituirsi alle istituzioni locali nel compito di rispondere alle domande dei genitori che nel periodo estivo lavorano e i figli sono in vacanza. La comunità cristiana nelle sue molteplici espressioni ha a cuore il bene più prezioso: i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie.
In questo contesto di cura dei più piccoli ci sono figure che meritano di essere maggiormente considerate una risorsa preziosa, un segno di speranza, un accenno di futuro: sono gli educatori e le educatrici, spesso giovani, che mettono gratuitamente al servizio degli altri se stessi e il proprio tempo.
Una gratuità responsabile che non si esonera dalla competenza e dalla sensibilità che un serio progetto educativo esige.
Bisognerebbe leggere quanto queste e questi giovani hanno scritto a commento di esperienze, sempre inclusive, per scoprire una maturità umana che consente un sospiro di sollievo nel tempo di una prolungata eclissi dell’educazione.
Sul campo di un’emergenza e di un’urgenza c’è la consapevolezza di una domanda di futuro, forse invisibile ma certamente reale, alla quale rispondere con relazioni educanti che aiutino i piccoli a crescere, a diventare grandi non solo fisicamente.
Scrive un giovane educatore al termine di un campo adolescenti nell’estate 2026: “Viviamo di storie. Storie raccolte nei libri, ascoltate nelle canzoni, tramandate in famiglia o respirate nel silenzio di un viaggio. Storie che ricordiamo, che inventiamo o che, a volte, nascondiamo. È ciò che ci caratterizza in quanto esseri umani: la possibilità, grazie alla parola, di raccontare e di raccontarci”.
C’è una domanda che viene da queste righe: non ci sarebbero più speranza e fiducia se queste esperienze “non formali” fossero ancor più riconosciute non come generici momenti di svago, di “parcheggio di bambini e adolescenti”, ma come momenti di crescita umana, sociale e spirituale? Non è forse di questa crescita che la società ha più che mai bisogno?