Fatti
Non si farà, si farà ma quando si farà? La storia dell’elettrodotto interrato tra Dolo e Camin è costellata di corsi e ricorsi, progetti e sentenze, decisioni e rinvii.
Gli ultimi aggiornamenti forniti da Terna davano il sostanziale rinvio della realizzazione dell’opera al 2035, con conseguente completamento del cavidotto entro il 2038. Avanti, molto avanti nel tempo, considerando che la gestazione dell’opera risale ai primi anni duemila e che l’opposizione organizzata alla sua versione su tralicci risale comunque a prima del 2010.
In ballo non c’è mai stato solo un collegamento elettrico, ma un’idea stessa di sviluppo delle comunità che la sua realizzazione “aerea” – tramite il posizionamento di tralicci lungo l’asse dell’Idrovia, altra incompiuta ormai storica che grava sui destini dei paesi che avrebbe dovuto attraversare, come Saonara e Vigonovo – avrebbe, se non precluso, fortemente influenzato e limitato.
Tanto si opposero i cittadini che, nel gennaio 2019, qualcosa si mosse e la Regione Veneto con Terna decisero di investire per l’interramento della linea, definita a ragione indispensabile per lo sviluppo del territorio, e con essa si sarebbe proceduto all’adeguamento delle linee esistenti, eliminando e sostituendo quelle ormai inadeguate.
Da allora, però, poco si è mosso: sono stati demoliti i manufatti realizzati per l’ormai abbandonato cavidotto aereo, ma da lì in poi le novità sono mancate, fino all’annunciato rinvio dello scorso anno.
«L’interramento dell’elettrodotto Dolo-Camin è un’opera strategica per la Riviera del Brenta e per l’intero sistema elettrico veneto – rilancia la consigliera regionale Roberta Vianello, annunciando a fine agosto la presentazione di un’interrogazione alla Giunta regionale – Dopo anni di attese, è necessario capire a che punto sia realmente il progetto e, soprattutto, quali siano i tempi concreti per arrivare all’apertura dei cantieri».
Se dal canto suo Terna aveva già rassicurato in passato tanto la cittadinanza quanto le amministrazioni locali sulla volontà di realizzare l’opera, è innegabile che l’allungamento dei tempi abbia ripercussioni sulla programmazione anche urbanistica delle zone coinvolte e, soprattutto, sollevi interrogativi sullo sviluppo generale del territorio.
«Il Veneto sta affrontando una fase di profonda trasformazione del proprio sistema energetico – continua Roberta Vianello, ancora in attesa di una risposta da parte della Giunta – e non possiamo pensare di aumentare la produzione da fonti rinnovabili senza contemporaneamente adeguare e rendere più resiliente la rete. Vetustà delle infrastrutture, colli di bottiglia, interruzioni e difficoltà di connessione sono criticità che devono essere affrontate con investimenti e programmazione».
Il mondo, intorno all’elettrodotto Dolo-Camin e alla più ampia magliatura tra Venezia e Padova, è molto cambiato in questi vent’anni. La figura del prosumer, il consumatore di energia che al tempo stesso la produce in proprio con i fotovoltaici, è passata da essere una rarità a quasi la normalità e le esigenze di consumo sono fortemente cambiate.
La diffusione dei condizionatori e delle auto elettriche è forse la novità più evidente, ma è tutto il sistema dell’energia a essere oggetto di una rivoluzione che dev’essere supportata da infrastrutture adeguate.
È il caso dei parchi agrivoltaici, come quello di Campagna Lupia – 16,95 megawatt di potenza – recentemente oggetto di contestazione da parte della cittadinanza e delle amministrazioni locali. Oggetto del contendere non solo la procedura autorizzativa “calata dall’alto” dal Ministero, ma anche la realizzazione di un impianto Bess (Battery energy storage system) di accumulo dell’energia, il tutto troppo vicino alle abitazioni, secondo i residenti.
Chi ha montato in casa un impianto fotovoltaico conosce, nel suo piccolo, la situazione: i pannelli producono elettricità durante il giorno, con picchi nelle ore più soleggiate, mentre di notte e col cattivo tempo la produzione è sostanzialmente azzerata. Per ovviare al problema, complici anche i forti incentivi degli scorsi anni e la riduzione dei costi in tempi più recenti, si sono diffuse in molte case e imprese delle batterie dedicate. Vistosi accumulatori grandi come armadietti che si ricaricano con l’elettricità prodotta in eccesso durante il giorno e la rilasciano, al bisogno, quando questa viene a mancare o per compensare i momenti di sotto-produzione.
Con la stessa logica ma più in grande, ecco nascere la necessità dei Bess, ipotesi piuttosto remota quando si iniziò a parlare di ammodernamento delle reti elettriche, ma oggi quasi di ordinaria amministrazione.