Mosaico | Cultura
Da tempo associamo l’arte contemporanea all’astrazione, come se il moderno dovesse allontanarsi dalla figura, dal corpo, dalla riconoscibilità delle forme. Una semplificazione ancora più fuorviante in Italia, dove la tradizione figurativa ha pochi paragoni.
Anche nel nostro tempo, però, dominato dai social e dall’intelligenza artificiale, il corpo può tornare a essere volume, carne, materia, presenza. È il punto di partenza di “Sul futuro del corpo”, la mostra curata da Barbara Codogno alla Galleria civica Cavour di Padova fino al 4 ottobre in collaborazione con il Comune di Padova – Assessorato alla Cultura e con la partecipazione di Fondazione Alberto Peruzzo e Fondazione Coppola. 55 le opere, molte di grandi dimensioni, da 17 artisti della nuova figurazione europea diversi per provenienza, generazione e sensibilità, ma accomunati da una delle immagini più antiche e inesauribili dell’arte.
Naturalmente il corpo contemporaneo non è più quello dei maestri del Rinascimento: è cambiato lo sguardo con cui lo osserviamo e ciò che chiediamo alla sua rappresentazione. La proporzione e l’armonia lasciano spazio a una certa inquietudine; il corpo di oggi non nasconde le proprie imperfezioni, può anzi esibirle: ed è forse qui una delle chiavi della sua bellezza, non più nella corrispondenza a un ideale astratto, ma nel raccontare uomini e donne concrete e le loro storie.
Lo si vede nelle opere più materiche, come quella di Alfio Giurato che apre la mostra, o nelle opere dell’artista padovana Greta Bisandola, che nel suo autoritratto e nei ritratti del padre e della madre sottrae le figure a ogni idealizzazione: presenze autentiche, restituite nella loro ostinazione a essere ciò che sono. Nel percorso trovano spazio anche artisti legati alla scena padovana e veneta come Chiara Calore, accanto ad autori affermati come Stefano Reolon.
Altrove il ritorno al corpo passa attraverso una dimensione sensuale: è il caso di Maurizio L’Altrella, che quasi da manierista contemporaneo trae dalla tradizione tecniche e temi: in opere come Zeus e Europa il corpo torna a essere desiderio e metamorfosi. Il dialogo con il passato attraversa anche il lavoro di Nicola Samorì, la cui pittura ricorda che il Rinascimento non è un museo da cui prendere le distanze, e quello di Enrica Berselli, che con le sue sculture in cera e dipinti su tavola recupera un repertorio ancora vivo da attraversare e persino da deformare.
Il corpo può poi smettere di essere superficie e diventare anatomia, interiorità visibile. Accade in Nunzio Paci, dove muscoli, organi e tessuti affiorano sulla tela come a mostrarci ciò che di solito resta nascosto: la figura sembra avviarsi verso una decomposizione, ma proprio questa fragilità ne rende più evidente la concretezza. C’è infine la carne come terreno politico: Markus Schinwald rende visibili i dispositivi che disciplinano identità e comportamento, Julio Larraz riflette sulle ferite dell’esilio, Fabbio Copercini fa del corpo di Pier Paolo Pasolini una meditazione sul sacrificio. Quasi a conclusione del percorso, Dendrophila di Angelo Brugnera, marmo bianco di Carrara. Qui la materia si impone in tutta la sua forza: il corpo non è più solo qualcosa che la pittura osserva o disseziona, ma qualcosa che occupa lo spazio, che ha un peso, un volume, una presenza. Una bellezza inquieta emerge anche da Homo Deus di Angelo Giordano: l’uomo contemporaneo vuole diventare altro da sé, ma resta legato al proprio limite.
In un’epoca abituata a vivere attraverso immagini smaterializzate e avatar, tornare a confrontarsi con la carne non significa guardare indietro: può essere, paradossalmente, uno dei modi più contemporanei di immaginare il futuro. Quale sarà allora il futuro del corpo nell’arte? Non il ritorno nostalgico al passato, né la sua scomparsa dietro la tecnologia, ma la capacità di continuare a riconoscerne centralità e dignità, anche nell’epoca della sua crescente manipolazione e smaterializzazione. È in fondo ciò che ricorda la curatrice citando Magnifica Humanitas, l’enciclica di papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale che invita a rimettere al centro la dignità irriducibile dell’umano.
La mostra è a ingresso libero, aperta il giovedì 15.30-19.30; venerdì, sabato e domenica 10-13 e 15.30-19.30. Il 19 settembre visita guidata con la curatrice alle 17.30.