Idee
“Oltre alla educazione al rispetto e alla conoscenza dei rischi connessi alla rete, occorre impedire ai minori di 15 anni l’accesso a social e canali pericolosi. In tal senso, il Kids Act della Commissione Ue va nella giusta direzione”. Così ha dichiarato il ministro Giuseppe Valditara immediatamente dopo la terribile aggressione a scuola da parte di un allievo tredicenne che si è avventato con coltello e spray urticante contro una insegnante di italiano, rimasta ferita.
Ma andiamo con ordine. Cos’è il Kids Act? Si tratta di una proposta di regolamento europeo che mira a rendere più sicuro l’uso di social media, videogiochi online, piattaforme video e servizi di IA da parte dei minori. Il 17 settembre scorso il regolamento è stato adottato dalla Commissione Europea ma ha davanti ancora un percorso lungo prima di diventare legge: dovrà essere esaminato, infatti, da Parlamento e Consiglio.
L’obiettivo del Regolamento è duplice: stabilire regole comuni di età per l’accesso ai social in tutta l’Unione (tanti Stati si stanno già muovendo) e obbligare le piattaforme a essere “safe by design”, cioè sicure fin dalla progettazione. Questo significa, secondo la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, riferendosi alle Big tech, che “non dobbiamo accettare funzionalità progettate per creare dipendenza. Non dobbiamo accettare che i bambini vengano spinti verso contenuti sempre più estremi. Non dobbiamo accettare che le foto delle ragazze vengano utilizzate per generare immagini sessualizzate con l’intelligenza artificiale. E proprio perché non accettiamo tutto questo, stiamo invertendo l’onere della prova. Saranno le piattaforme a dover dimostrare che i loro servizi sono sicuri”.
La questione è caldissima e la cronaca lo dimostra ogni giorno di più. La dipendenza da social (semplifichiamo così) è una realtà pervasiva della nostra società e se certamente diventa estremamente problematica se riferita ai minori, non risparmia gli adulti. Basta guardarsi intorno, sui mezzi pubblici, nelle sale di attesa, nei ristoranti: quante persone sono concentrate esclusivamente sui loro smartphone, come se il mondo cominciasse e finisse in uno schermo. E’ chiaro che non basta vietare, focalizzarsi sui più piccoli, limitare l’uso nelle scuole: il problema di fondo sta in una (in)cultura diffusa che cattura anche e forse soprattutto i più grandi, una tendenza difficile da invertire.
In questo senso il passaggio europeo che punta il dito e la responsabilità sulle Big Tech è necessario: se non riusciamo a intervenire “lato utente” bisognerà fare qualcosa dall’altra parte, quella da cui provengono le “tentazioni” contemporanee.
Nessun tentennamento sull’opera educativa nei confronti dei minori: “Niente social media al di sotto dei 13 anni – ha dichiarato Von der Leyen – niente account personali al di sotto dei 15 anni”. Solo account “configurati e supervisionati dai genitori o dai tutori dei minori, con funzionalità limitate e un limite di utilizzo di un’ora al giorno”. Nessun dubbio sull’importanza della scuola per normare l’accesso agli smartphone e per educare alla responsabilità digitale. Tuttavia bisogna guardare anche oltre.
Non è banale, ad esempio, domandarsi chi ci sia dietro l’ultima aggressione a scuola (con telefonino pronto alla ripresa), indagare sui gruppi che fomentano sfide social e ossessioni difficili da controllare. Non è banale e nemmeno facile. Ma resta una responsabilità cui non ci si può sottrarre.