Fatti
L’aumento della violenza del gruppo fondamentalista islamista al-Shabaab. L’instabilità politica e l’insicurezza. L’intensificarsi degli episodi di pirateria nel golfo di Aden. La malnutrizione infantile e la siccità estrema. I bisogni umanitari degli sfollati interni. La Somalia “è caduta nel dimenticatoio”, afferma al Sir monsignor Giorgio Bertin, vescovo emerito di Gibuti. La gravissima situazione è stata ricordata domenica scorsa da Papa Leone XIV durante l’Angelus, esprimendo “grande preoccupazione” per la crisi umanitaria in alcune zone della Somalia, “dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare donne e bambini”. Abbiamo raggiunto telefonicamente ad Amman, in Giordania, monsignor Bertin, che conosce benissimo la Somalia, dopo aver trascorso gran parte della sua missione pastorale come amministratore apostolico della sede vacante di Mogadiscio e vescovo della vicina Gibuti. Ora è in Italia e presiede la Caritas di Medio Oriente e Nord Africa (Mona) ed è vicepresidente dell’Icmc (Commissione internazionale cattolica per i migranti). Caritas Somalia propone tre progetti rivolti ai bambini, alle donne e alla sanità; Caritas internationalis ha lanciato un appello per la crisi nel Corno d’Africa ma non sono ancora arrivate risorse a sufficienza.
La siccità sta colpendo in modo drammatico alcune zone della Somalia. Poi c’è la ribellione islamista degli Al Shabaab e l’instabilità politica. I suoi contatti somali cosa le raccontano?
Anche se è nato da anni un governo federale, c’è sempre una tensione tra il governo centrale e i governi regionali. L’ultima tensione è esplosa dopo aver cacciato il presidente dello Stato del Sud-Ovest, con capitale Baidoa, da parte del governo federale. Il presidente precedente, con i suoi alleati, è tornato e ha cercato di riconquistare la sua posizione con scontri militari e, quindi, nuovi sfollati interni. Nelle periferie di Mogadiscio, Baidoa e di un’altra grande città, Beledweyne, ci sono campi per sfollati. Per non parlare della situazione di Galkayo e Las Anod, nella parte nord della Somalia.
C’è anche un allarme malnutrizione infantile nella regione del Mudug: secondo Medici senza frontiere i bambini bisognosi di cure sono aumentati del 60% rispetto allo scorso anno. Cosa fa a questo proposito Caritas Somalia?
Alcune settimane fa Caritas internationalis ha lanciato un programma di emergenza a favore delle attività di Caritas Somalia e di Trocaire, che lavorano in Somalia. Caritas Somalia ha presentato tre progetti: uno nella zona sud, quasi vicino a Baidoa, nella zona del Bakool; il secondo nella zona più centrale, zona Beledweyne; e il terzo a Las Anod, nella zona di confine tra la cosiddetta Repubblica del Somaliland e lo Stato somalo del Puntland. L’attività principale è rivolta ai bambini, alle donne e alla sanità, perché, mancando l’acqua, abbiamo problemi forti di mancanza di possibilità di lavarsi e quindi si creano problemi, compreso l’eventuale colera. In Somalia, negli ultimi anni, lavoriamo con un’organizzazione umanitaria somala di cui ci fidiamo. Anche di fronte a grandi difficoltà riescono a fare un buon lavoro e a districarsi in mezzo alle problematiche delle diverse tribù somale, che creano non pochi ostacoli. Perché oltre al problema istituzionale e politico c’è un anche una questione aperta di relazione tra le diverse tribù somale. Non riescono a capire che la soluzione di problemi gravi come la siccità viene sì con la pioggia, ma forse anche di più attraverso la condivisione e cercare di condividere quelle poche risorse che si hanno.
La minaccia del gruppo fondamentalista Al Shabaab fa più paura in questo periodo? Secondo l’Africa center for strategic studies dal 2023 ad oggi si contano almeno 7.300 morti legati agli attacchi terroristici, il doppio del precedente decennio.
Sì, in questo periodo ha buon gioco, perché c’è un continuo litigare tra lo Stato federale, cioè il governo centrale, e i governi locali. Quindi, in questa situazione di conflitto tra l’istituzione centrale dello Stato e gli Stati locali, Al Shabaab è più libera di colpire e si sente meno attaccata.
A qualcuno fa comodo che la Somalia sia così insicura e così instabile?
In questo momento non farebbe comodo a nessuno. Magari alcuni Stati vicini pensano che una situazione così sia meglio per loro. Ma manca proprio un coordinamento e la volontà di collaborare tra le diverse presenze politiche esterne: la Turchia, gli Stati Uniti, la Cina, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, in parte anche l’Italia…Per cui, alla fine, la Somalia diventa un campo di scontro di diverse potenze esterne, che non fa altro che favorire la debolezza dello Stato e la continua insurrezione degli Shabaab.
L’Italia sta inviando in questi giorni una nuova missione militare dei carabinieri per addestrare le forze dell’ordine somale.
Sì, lo hanno già fatto anni fa, inviando carabinieri alla base militare di supporto italiano a Gibuti. Addestrano elementi della polizia somala e gibutina. Poi c’è l’operazione militare Eutm, European training mission, che è di fatto italiana, perché il 90% dei soldati e la leadership militare è costituita da italiani.
Inoltre aumenta la pirateria nel Golfo di Aden, con attacchi e sequestri di navi in aumento. A cosa è dovuto?
Sì, la pirateria rispunta non tanto per la povertà, quanto per la debolezza istituzionale che si è ricreata a terra. Già in passato dicevo che la soluzione dei problemi sul mare stava sulla terra. Quando poi sulla terra si sono affermate nuove istituzioni che sembravano continuare a reggere, allora è diminuita anche la pirateria. Ma adesso che c’è una continua lotta politica, a volte anche militare, tra lo Stato federale centrale e i singoli Stati regionali della Somalia, è chiaro che riemerge anche la pirateria.
Di cosa avrebbe bisogno oggi la Somalia? La comunità internazionale potrebbe fare di più?
La comunità internazionale dovrebbe pensare non tanto ai propri interessi o ai propri giochi politici, ma avere veramente in animo l’interesse della popolazione somala. Facendo capire ai vari leader somali, compresi i somali che sono all’estero, che la salvezza della loro patria, della loro popolazione, dipende veramente da una maggiore concordia tra loro: somali all’interno della Somalia, somali della diaspora e comunità internazionale. Purtroppo il ruolo dell’Onu in Somalia è molto diminuito in questi ultimi tempi, a causa di quanto successo a Gaza e in Ucraina.
Sul fronte umanitario quali aiuti sono più urgenti?
Caritas Somalia ha diversi progetti che vorrebbe attuare, ma mancano i fondi. Perché bisogna ricordarci che con la chiusura di UsAid parecchie risorse sono venute a mancare, comprese quelle del Crs, cioè la Caritas degli Stati Uniti, che ha diminuito drasticamente il suo supporto, soprattutto per madri e bambini.
Spera che l’appello del Papa riaccenda l’attenzione su un Paese sparito del tutto dalle cronache?
Sì, perché le crisi internazionali di Gaza, Ucraina, la guerra tra Israele e Iran hanno oscurato quasi tutto il resto: la Somalia, lo Yemen, il Sudan.