Fatti
“La questione educativa” tocca “il cuore della nostra convivenza”. Lo ha detto il card. Matteo Zuppi, nell’introduzione al Consiglio permanente. E ha aggiunto: “Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”. A sua volta, mons. Giuseppe Baturi ha sottolineato come il tema educativo richieda “una responsabilità corale degli adulti, un’alleanza speciale per la speranza”. Intanto, il Governo ha approvato il decreto-legge sulla scuola inserendo un tetto per la presenza degli alunni stranieri nelle classi, con modalità diverse per la primaria e secondaria. A che punto siamo in Italia rispetto alla sfida educativa? E che ruolo giocano scuole e famiglie? Lo abbiamo chiesto a Francesco Belletti, sociologo e direttore del Centro internazionale studi famiglia. Il Cisf, il 24 settembre, ha pubblicato il rapporto “Teniamo banco! Famiglia e scuola di fronte alla sfida educativa”.
In Italia come sta andando la sfida sulla questione educativa? Come si combattono le disuguaglianze?
Prima di tutto è interessante che questa sia una avvertenza a livello di Sistema Paese, ma è anche una questione che sta molto a cuore alle singole famiglie. Nel rapporto del Cisf quasi la metà degli intervistati sostiene che la scuola non riesce a diminuire le disuguaglianze di partenza. Il 30% dice che può fare qualcosa e quasi il 20% dice che invece peggiora le disuguaglianze. Quindi, c’è una grande aspettativa che riguarda la scuola come strumento di welfare, di cittadinanza, che è quello che richiama il card. Zuppi e la Conferenza episcopale. Le famiglie si aspettano che la scuola dia un colpetto a favore del destino e del futuro dei propri figli.
Oggettivamente in questi ultimi 20 anni la scuola è stata sempre meno ascensore sociale: se uno entra con un capitale culturale, familiare, economico forte, ha un vantaggio competitivo che si mantiene se non addirittura migliora.
Le persone si aspetterebbero un ruolo positivo e attivo della scuola nel riuscire a portarsi dietro tutti. È una grande domanda di civiltà e di modello sociale il fatto che a scuola si costruiscano progetti di futuro migliori.
Secondo lei, anche le famiglie stesse possono contribuire in qualche modo a costruire una scuola inclusiva?
Ma, pur non essendo poche, sono meno le famiglie che si coinvolgono nei processi scolastici: è difficile che ci sia un forte dialogo, una forte presenza delle famiglie nella scuola. Gli organi collegiali sono uno strumento usurato su cui c’è una sfiducia complessiva e quindi magari l’alleanza tra famiglia e scuola si fa fatica a costruirla, è una delle grandi aspettative del mondo dei genitori, che si sentono sempre un po’ più fragili e giudicati sulle performance, ma si aspetterebbero, dal contesto sociale e anche dalla scuola, un sostegno.
Scuole e famiglie che ruolo possono giocare in un uso appropriato e adeguato dell’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale è l’ultima arrivata del grande tema della digitalizzazione del sapere. Rispetto all’intelligenza artificiale c’è ambivalenza: da un lato si ha paura e dall’altro ci si aspetta che possa funzionare.
Probabilmente sia la scuola sia la famiglia dovrebbero aiutare le nuove generazioni ad addomesticare questi strumenti, perché comunque i ragazzi usano l’intelligenza artificiale in autonomia, un po’ come con l’educazione affettiva, se non gli si dice niente a scuola né in famiglia, la rete diventa il primo maestro.
Allora, è il caso che anche nella scuola si accompagnino i ragazzi a un uso adeguato dell’intelligenza artificiale, non demonizzandola, ma aiutando ad usarla in modo più ragionevole, più controllato. D’altra parte, anche le parole di Papa Leone in Magnifica Humanitas ci dicono questo: non siamo tranquilli del tutto, ma è già un pezzo di futuro che è presente.
Il card. Zuppi ha parlato anche di un’altra sfida: custodire la capacità di pensare…
L’educazione al pensiero critico, la capacità di affrontare i problemi più che di avere le risposte preconfezionate ai problemi, è una delle grandi sfide educative per la crescita dell’umano, che tocca tutti gli educatori. La difficoltà sta in quella frase che sta diventando uno slogan: “Non vasi da riempire, ma fuochi da accendere”. Il compito dell’educatore, come dice Marco Erba, è essere un allenatore, fare il tifo e aiutare a mettere in gioco tutti i talenti, quindi è un lavoro complicato. Per i genitori può essere difficile, perché spesso il figlio diventa la realizzazione di un proprio sogno. E questo vale anche per gli insegnanti:
la scuola deve trasferire competenze e conoscenze, ma se uno si limita a questo aspetto si dimentica che lì c’è un talento da far fiorire. Quando c’è una buona alleanza scuola-genitori, questo succede molto più facilmente, nel senso che il figlio si trova in una comunità educante e se la gioca di più, altrimenti si preoccupa solo di non prendere brutti voti.
Che alleanza c’è oggi tra scuola e famiglie, quali difficoltà si incontrano e come si potrebbero superare?
Ci sono molti genitori e molti insegnanti che quotidianamente esplorano questa relazione, costruiscono contesti educativi virtuosi in tutto il sistema scolastico, a tutti i livelli, con i bambini della scuola materna fino ai ragazzi delle scuole superiori.
Il problema è quando qualcuno si chiama fuori, quando per esempio un genitore diventa l’avvocato del figlio, quando usa il codice del ricorso contro una possibile bocciatura, oppure quando l’insegnante dice che un ragazzo è ingovernabile ed è colpa di genitori incompetenti. Quando la domanda è “di chi è la colpa?”, non si innesca un’alleanza; quando la domanda è “come facciamo a far star bene nostro figlio o il nostro studente?”, si genera negli adulti un riconoscimento reciproco. Non è impossibile, basta che ci sia un minimo di fiducia e di apertura da parte di entrambi i mondi, bisogna guardarsi in faccia, perché altrimenti è più semplice chiudere i confini delle competenze, ma la vita dei figli è unica e quindi ha bisogno di una comunità educante.
Il governo ha approvato il decreto legge sulla scuola che inserisce un tetto alla presenza degli alunni stranieri nelle classi con modalità diverse per la primaria e la secondaria, lei cosa ne pensa?
Resterei fuori da uno scontro politico ideologico e mi concentrerei sul contenuto. Le competenze linguistiche sono il primo strumento di inclusione e di integrazione sociale per chiunque in qualunque contesto, anche un adulto che va a vivere in un altro Paese per il lavoro non può non fare i conti con le competenze linguistiche. Quindi, tratterrei l’intenzione positiva di questo provvedimento:
occorre che si faccia in fretta nel rendere i nuovi italiani più capaci di stare con gli altri, con i loro coetanei, a scuola, che capiscano subito le cose che devono imparare e che possano avere migliori condizioni.
Se lo si guarda dal punto di vista del garantire migliori condizioni per tutti, non in modo protettivo per i bambini italiani e non in modo penalizzante per i bambini che vengono da un altro Paese, forse questa misura è semplicemente un tentativo di contribuire a garantire meglio i diritti dei bambini. Il target del decreto pare abbastanza circoscritto, al momento credo che nessuno sia in grado di fare una valutazione analitica di quanto avrà impatto questa misura, però da una parte e dall’altra cercherei di stemperare i toni, perché il rischio è fare una battaglia sulla pelle dei nostri ragazzi.
Al di là di questo provvedimento, cosa si potrebbe fare per favorire l’inclusione educativa dei minori stranieri?
Sono necessari interventi nella scuola ma anche a tutto campo. È sempre stato molto efficace l’aiuto tra famiglie, mentre la fatica, la difficoltà, la paura dello straniero sono sempre collegate a una non conoscenza diretta: quando le persone e le famiglie entrano in contatto quasi sempre si innesca un riconoscimento come genitori, abitanti dello stesso quartiere. In un rapporto del Cisf sull’immigrazione di alcuni anni fa, emergeva che le persone che avevano più paura dell’immigrazione erano quelle che conoscevano meno persone migranti. Occorre avere spazi di aggregazione e favorire occasioni di incontro diretto che è uno strumento forte di inclusione.
Nella scuola bisogna avere una logica di percorsi individuali e non di standard omogenei per tutti.
Nel nostro rapporto parliamo di “super diversity”, siamo in una situazione in cui tra bambini con bisogni speciali, bambini con disabilità, persone che vengono da altri Paesi, le storie sono talmente diverse che i progetti didattici non devono essere una livella, ma devono avere la capacità di valorizzare ciascuno, è una grande sfida, ma i processi educativi sono individualizzati, ci vuole un vestito tagliato su misura.
Quale elemento forte emerge dal vostro recentissimo rapporto sulla sfida educativa?
Oltre alla parola alleanza viene fuori la parola relazione: genitori, ragazzi e insegnanti devono avere in mente che i processi educativi sono relazioni di senso, non solo tecnico professionali o di cura e custodia, ma sono relazioni in cui ci si mette in gioco, nessun insegnante può pensare di entrare in classe senza farsi contaminare dai suoi allievi, nessun genitore può preoccuparsi solamente di che lavoro farà il figlio quando sarà grande. C’è bisogno di valorizzare quest’idea della relazione, che fa la vita imprevedibile, ma anche più generativa, quindi
Vorrei sottolineare anche un altro aspetto.
Ci dica…
Dai dati del rapporto Cisf emerge che le famiglie che si occupano maggiormente dei propri figli a scuola sono anche quelle che sono maggiormente attente al contesto sociale. Quindi,
c’è un lavoro che si può sviluppare anche per la comunità cristiana: favorire la capacità della famiglia di uscire dal proprio chiuso e occuparsi del bene comune,
perché le famiglie che si occupano del bene comune si occupano anche del bene dei propri figli e sono dei buoni partner dentro i sistemi scolastici. Noi abbiamo usato il concetto di capitale sociale, cioè la quantità di relazioni, di fiducia, di connessioni che una famiglia può avere: c’è un valore di coesione interna che è giusto che la famiglia abbia nella cura dei propri membri, ma c’è un valore di connessione con l’esterno che fa vivere meglio la famiglia e fa vivere meglio anche le comunità.