Presbiteri. Cresce il numero di chi non vuole più fare il parroco
Sono sempre di più i sacerdoti che, concluso il servizio, chiedono di non ricevere un'altra parrocchia: continuano a celebrare e confessare, ma rinunciano alla responsabilità diretta. Un fenomeno che non riguarda più le singole persone, ma la forma data al ministero. Il National Study of Catholic Priests: il 44 per cento dei preti diocesani presenta almeno un sintomo di burnout. La domanda non va rivolta a chi si ferma, ma a tutti: perché la cura pastorale è diventata amministrazione?
Non è più un caso isolato. Sono sempre di più i preti che, concluso il servizio di parroco svolto per anni, chiedono di non ricevere un’altra parrocchia. Restano preti, e lo restano sul serio: celebrano, confessano, danno una mano dove serve. Ma non vogliono più la responsabilità diretta di una parrocchia. Alcuni hanno raggiunto un’età in cui il passo indietro si capisce. Altri no. La tentazione è liquidare tutto come una scelta personale, che non si deve sindacare o biasimare. Ma questa giustificazione sarebbe comoda e forse anche ingiusta. Quando un comportamento smette di essere individuale e diventa un fenomeno sempre più diffuso, il problema non sta più nelle singole persone: sta nella forma che abbiamo dato al ministero. E una forma diventata invivibile non si guarisce chiedendo agli uomini di essere più resistenti. Nell’ottobre 2025 la Catholic University of America ha pubblicato il National Study of Catholic Priests: intervistati 1.164 preti statunitensi. Il 45 per cento degli ordinati dopo il 2000 dichiara che ci si aspetta da loro troppe cose «che vanno oltre la vocazione sacerdotale»; tra gli ordinati prima del 1980 erano il 13 per cento. C’è poi un dato che non ha bisogno di commenti: il 44 per cento dei preti diocesani presenta almeno un sintomo di burnout, contro il 31 per cento dei religiosi. A bruciare non è il sacerdozio: è il peso della parrocchia com’è oggi. Che cosa significa oggi, concretamente, fare il parroco? Tenere in piedi un patrimonio immobiliare, firmare carte per la sagra, rendicontare, adeguarsi a normative su sicurezza, privacy, tutela dei minori; gestire dipendenti della scuola dell’infanzia e i volontari, cercare fondi per sistemare il campanile, presiedere consigli di comunione; e poi, se avanza tempo, annunciare il Vangelo. Il tutto moltiplicato per tre, quattro, cinque campanili. E poi esiste una solitudine che nessun documento nomina: canoniche grandi e vuote, confratelli che si incontrano solo ai funerali. Aggiungiamo la complessità del vivere. Al prete si chiede di essere insieme educatore, psicologo, amministratore, comunicatore, dentro una società che ha smesso di dare per scontato ciò che la Chiesa dice. Le richieste crescono, i risultati calano, e il criterio con cui ci si giudica – anche fra noi – resta quello dell’efficienza. Byung-Chul Han, filosofo tedesco di origine coreana, ha descritto bene questa condizione in La società della stanchezza (nottetempo edizioni 2020): nella società della prestazione nessuno ci sfrutta, ci sfruttiamo da soli e ci bruciamo. Il prete non fa eccezione. Chi si tira indietro, spesso, non è meno generoso: è solo arrivato prima al limite. C’è dunque, in questa scelta di fare il prete e non più il parroco, qualcosa di lucido. Il desiderio di tornare all’essenziale – la Parola, i sacramenti, il confessionale, la prossimità con le persone – non è diserzione: è un istinto giusto, quasi profetico. Molti di questi preti fanno oggi un bene enorme, proprio perché hanno finalmente tempo per le persone. Ma non nascondiamo l’ambiguità. Un ministero senza responsabilità rischia di diventare un ministero à la carte, scelto secondo le proprie attitudini e il proprio umore, senza il peso concreto di un popolo affidato che ti lega, ti contraddice e ti converte. Il prete non è un libero professionista del sacro: la comunità, con la sua fatica, resta il luogo dove la vocazione si verifica. La domanda vera, allora, non va rivolta a chi si ferma, ma a tutti noi: perché abbiamo lasciato che la responsabilità pastorale coincidesse con la gestione di un’azienda? Presiedere una comunità e amministrare una struttura non sono la stessa cosa e continuare a confonderle brucerà anche i preti più giovani. Servono scelte, non appelli: alleggerire davvero, affidare ai laici ciò che è dei laici. Altrimenti la fuga continuerà. E non sarà una diserzione: ma una scelta inevitabile se si vuole vivere il ministero e non solo sopravvivere al ministero.