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Un sabato, il 3 ottobre, di sera. Come ottocento anni fa, quando Francesco d’Assisi si fece deporre nudo sulla nuda terra e andò incontro a quella che chiamava sorella morte. La celebrazione del Transito alla Basilica del Santo ha usato tutto lo spazio a disposizione: l’ingresso dal chiostro della Magnolia, le preghiere in Basilica, l’uscita verso il chiostro del Noviziato. A fare luce le lampade a olio, posate a terra lungo i chiostri e sopra le murette.
Tanti i religiosi, tanti i giovani. E c’erano i pellegrini di “Passo dopo passo per san Francesco”, partiti nel primo pomeriggio da Camposampiero: 22,7 chilometri a piedi, passando per l’Arcella. A presiedere il vescovo Claudio Cipolla, accanto al rettore della Basilica padre Antonio Ramina. Dopo il racconto della morte del santo il vescovo ha benedetto il pane, che i frati hanno distribuito ai presenti: lo stesso gesto di Francesco con i suoi fratelli.
«Ottocento anni precisi ci separano – ha esordito il vescovo Claudio – eppure il racconto che abbiamo ascoltato non appartiene semplicemente al passato». Francesco sa di essere alla fine, eppure «non si ripiega su se stesso, non manifesta paura»: continua a rivolgersi ai fratelli e a consegnare tutto nelle mani di Dio. La prima cosa che lascia alla Chiesa è la fiducia. Ma la serata non serviva a celebrare un uomo: «In obbedienza a lui – ha precisato il vescovo – lo ricordiamo perché la sua vita è diventata una trasparenza del Vangelo di Gesù».
Il cuore della riflessione sta in una parola sola. «La minorità è un modo di stare davanti a Dio – ha spiegato il vescovo Claudio – di stare davanti agli altri, di stare davanti alla vita. Essere minore significa riconoscere che la vita è un dono e non una conquista né un diritto. Significa sapere che non bastiamo a noi stessi». Vale anche per tempi incerti come i nostri, in cui si cercano garanzie e riconoscimenti: «La vera sicurezza non nasce dal possesso, ma dall’affidamento».
Dalla minorità nasce la fraternità. «Quando nessuno pretende di essere più grande degli altri, quando nessuno occupa il centro della scena – ha proseguito – allora diventa possibile riconoscersi fratelli e sorelle». Il vescovo ha richiamato le parole di papa Leone XIV ai giovani, in agosto ad Assisi: un mondo di fratelli e sorelle da abbracciare. E nella basilica di Antonio, «figlio e discepolo di Francesco», lo sguardo è andato ai poveri: «Non si tratta soltanto delle povertà economiche – ha aggiunto – ci sono povertà di relazioni, di speranza, di libertà interiore». Persone che attendono ascolto, anziani e ammalati che chiedono compagnia, «terre che attendono la pace».
Poi il testamento. «Io ho fatto la mia parte, Cristo v’insegni la vostra». Per il vescovo Claudio è qui il punto più alto del racconto: Francesco non chiede che si conservi la sua memoria, riconsegna i fratelli a Cristo. «Servire senza possedere, amare senza trattenere, accompagnare senza sostituirsi a Cristo». E quando verrà per ciascuno l’ora di consegnare la vita al Padre, ha concluso, si potrà farlo «con la stessa fiducia di Francesco, sapendo che nulla potrà separarci dall’amore di Cristo».
L’ultima preghiera è stata all’aperto, nel chiostro del Noviziato: i frati raccolti al centro, vicino al pozzo, attorno all’immagine di san Francesco, per l’antifona “Salve sancte Pater”. Poi tutti fuori, attraverso il chiostro del Paradiso, dove nei secoli scorsi venivano sepolti i frati. Un’uscita che passa accanto a sorella morte. Come ottocento anni fa.