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Non è un semplice documento sul fenomeno migratorio, ma un percorso di lettura della realtà e, insieme, una proposta integrale rivolta soprattutto alle comunità cristiane. È questa la caratteristica del testo Il fenomeno migratorio nel Nord-Est. Sfide e opportunità per le comunità e il territorio, elaborato congiuntamente, in questi mesi, dalle delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto e che porta la data del 27 ottobre, Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. L’obiettivo è mettere in comune l’esperienza maturata nei diversi territori e offrire alle Chiese del Nordest strumenti per affrontare una trasformazione che non può più essere considerata una parentesi emergenziale.
Una realtà che cambia
Il punto di partenza è il riconoscimento di un cambiamento d’epoca nel quale le migrazioni costituiscono un elemento decisivo. Ma il fenomeno migratorio, osserva il documento, rivela anche una crisi più ampia: l’indebolimento dei legami sociali, la difficoltà delle istituzioni nel governare processi complessi e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico. Per questo il discernimento non può partire da schemi astratti, ma dall’ascolto dei territori, delle storie, delle fatiche e delle risorse concrete delle comunità.
Una delle questioni più significative è quella dell’abitare. Nel Triveneto la difficoltà di trovare una casa riguarda tanto le persone migranti quanto molti giovani italiani. L’aumento degli affitti e la disponibilità limitata di alloggi a prezzi accessibili rendono la casa una delle principali fragilità sociali. Per gli stranieri residenti in Italia, secondo il dato Istat riportato nel documento, il 15,7 per cento vive in famiglie che destinano oltre il 40 per cento del reddito alle spese per l’abitazione.
Accanto alla questione abitativa emerge un apparente paradosso: mentre in molte province del Triveneto diminuisce la presenza straniera, aumenta la percezione di una «invasione» e, contemporaneamente, il sistema produttivo continua ad avere bisogno di lavoratori. Il documento ricorda, ad esempio, che in Veneto nel 2024 oltre un terzo delle assunzioni previste ha riguardato lavoratori stranieri nei settori della cura alla persona, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, del turismo e dell’industria manifatturiera.
Un passaggio del documento è, inoltre, dedicato al Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, che è entrato in vigore nel giugno 2026: anch’esso rappresenta un tassello fondamentale che riguarda la percezione e la gestione del fenomeno migratorio nel territorio nazionale. In particolare, vengono evidenziate alcune criticità legate alle cosiddette “procedure accelerate di frontiera”, in cui non sempre appaiono del tutto garantiti diritti e dignità delle persone immigrate in modo irregolare.
Paure, comunicazione e linguaggio
Da qui la necessità di guardare con attenzione anche al modo in cui il fenomeno viene raccontato. Il documento non nega le paure presenti nella società e invita piuttosto ad ascoltarle, distinguendo però tra dati oggettivi e percezioni. Una comunicazione dominata dalla semplificazione rischia infatti di trasformare l’immigrazione in un «problema» e lo straniero in un potenziale nemico. Per questo una parte è dedicata al linguaggio. Il documento invita a evitare espressioni improprie e discriminatorie e propone una vera e propria «conversione» dello sguardo: dalla cultura dell’indifferenza alla cultura delle differenze e, da questa, alla convivialità delle differenze.
Dalla denuncia alla proposta
Un passaggio decisivo avviene nella seconda parte del documento, dedicata a trasformare i valori della fede in un agire concreto. Le direttrici proposte sono quattro: educare all’accoglienza, educare all’ascolto, educare al discernimento e favorire collaborazioni trasversali. Accogliere non significa improvvisare né sostituirsi alle persone accolte, ma verificare le risorse disponibili, garantire condizioni rispettose della dignità e accompagnare percorsi che responsabilizzino tutti.
In questa prospettiva alle comunità cristiane non viene chiesto di fare tutto da sole. Il loro compito principale è anche quello di creare relazioni e reti: Caritas, parrocchie e altre realtà ecclesiali possono diventare «catalizzatori» capaci di mettere in relazione persone, istituzioni e competenze. L’accoglienza strutturata è una possibilità importante, ma non l’unica forma attraverso cui la Chiesa può essere protagonista: altrettanto decisivi sono il compito pastorale, educativo e culturale.
Il documento – che si può scaricare dal sito conferenzaepiscopale
triveneto.it – non termina con un semplice appello. Nella sua conclusione guarda a un «nuovo inizio»: in Triveneto esiste già un patrimonio di esperienze da rafforzare e diffondere. La sfida, per le Chiese e per il territorio, è ripartire dalla fede e dalla carità per costruire una presenza capace di prossimità.