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Essere referenti parrocchiali per la catechesi non significa soltanto svolgere un ruolo organizzativo, coordinare appuntamenti o gestire la logistica di un gruppo. È, prima di tutto, un servizio che nasce da un’esperienza personale di fede e dalla volontà di mettersi a disposizione della propria comunità. Attraverso le testimonianze di Fernando Chiericato (parrocchia di Campolongo Maggiore) e Rossella Varotto (Bertipaglia), emerge con chiarezza l’immagine dinamica e relazionale di questo ministero. Nelle parole dei referenti parrocchiali, il servizio quotidiano si traduce in gesti semplici ma fondamentali: garantire la presenza, facilitare le relazioni, ascoltare i bisogni dei catechisti e creare spazi di collaborazione con il parroco e la diocesi.
Per Rossella Varotto, il compito del referente è soprattutto quello di «esserci, accogliere, ascoltare e fungere da anello mediatore che si prende cura dell’équipe catechisti». Un’esperienza racconta bene questo stile: «Ricordo che un giorno di due anni fa ho ricevuto un messaggio da una ragazza con scritto “Posso chiamarti?”. Ho sentito che quello poteva essere il mio compito: esserci e ascoltare. Ho capito che non potevo darle risposte immediate, ma era importante accogliere la sua storia e la sua incertezza».
Anche per Fernando Chiericato il referente opera come un facilitatore: «Il ruolo è quello di colui che collabora con il parroco alla gestione del gruppo e a tutto ciò che serve a far funzionare l’attività, a fluidificare le relazioni, ad ascoltare i bisogni e le necessità – spiega – Il suo servizio si concretizza nell’agevolare e smussare le piccole difficoltà, ma anche nell’estendere l’attenzione alla formazione e alla catechesi degli adulti e dei genitori, perché sono gli adulti che danno testimonianza e guidano i ragazzi nelle scelte».
Dall’incontro formativo a cui i due referenti hanno partecipato – rispettivamente il 29 settembre al Crocifisso e il 30 a Campolongo Maggiore – traspare una profonda riflessione sul ruolo dei laici nelle comunità e nelle collaborazioni pastorali. Richiamando la Prima lettera ai Corinzi, Chiericato sottolinea come sia proprio questo il «momento favorevole» per assumersi responsabilità dirette. «Dobbiamo essere testimoni e mostrare fermezza; bisogna aiutare i laici a essere responsabili, a cominciare a camminare con le proprie gambe». Partecipare agli incontri diocesani permette di superare la sensazione di isolamento: «Mi porto a casa il sentirmi Chiesa – racconta – per essermi trovato assieme a tante persone che vogliono lavorare e annunciare la parola di Dio. Mi sento parte del Popolo di Dio che non si stanca mai. Insieme ci si dà forza e ci si sente comunità».
Lo stesso valore comunitario è vissuto da Varotto attraverso l’intreccio delle relazioni «ci si porta a casa i volti e le storie delle persone. Il referente deve curare il proprio cammino spirituale, perché il suo essere è alla base del suo servizio. Non è sufficiente essere bravi nell’organizzare incontri; se si vuole accompagnare altri nella fede, è necessario continuare a vivere personalmente quel cammino, intrecciando relazioni con i catechisti, i genitori e la comunità intera».
Dedicare tempo al servizio parrocchiale richiede sacrificio e sottrae momenti alla vita familiare, ma si tratta di un investimento che torna indietro moltiplicato. Come osserva Rossella Varotto: «In cambio ricevo esperienze, relazioni e incontri: un patrimonio che alla fine arricchisce più me che gli altri».
Essere referenti significa dunque sentirsi «una piccola pietra che compone il puzzle della Chiesa, pronti a rispondere ogni giorno con disponibilità e gioia» concludono i due referenti per la catechesi.