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Per settimane la sua casa nel cuore di Padova si è riempita di cavi, luci, microfoni e persone. E di attese, perché a volte basta il rumore di un camion per far saltare una scena preparata per mezz’ora. «Allora si aspetta pazientemente che il problema si risolva, poi si ricomincia», racconta con un sorriso Antonia Arslan, il giorno dopo il termine delle riprese del docufilm dedicato alla sua vita, diretto e prodotto da Giulia Belluco con Eriadorfilm che si sono concluse il 18 settembre. Il traguardo è la Mostra del Cinema di Venezia 2027.
Per la prima volta l’autrice de La masseria delle allodole, il romanzo che ha portato davanti al grande pubblico internazionale il dramma del genocidio armeno, ha scelto di raccontare anche la propria storia, dopo una vita spesa dando voce alle storie e alle vicende degli altri. Il film ripercorre l’infanzia durante la guerra sulla Riviera del Brenta, l’adolescenza tra le Dolomiti, il nonno armeno Yerwant Arslanian, il patriarca, e la scoperta, da bambina, di ciò che era accaduto al popolo delle sue radici. Poi l’insegnamento all’Università, la vita tra New York, Venezia e l’Isola degli Armeni, la traduzione del poeta Daniel Varujan, che lei per prima ha fatto conoscere in Europa, i romanzi, le centinaia di conferenze in tutto il mondo. Sullo sfondo una famiglia fuori dal comune: il nonno e il padre luminari della medicina, una madre bella e intelligentissima, fratelli vivaci, zii e parenti che arrivavano dall’Armenia portando con sé memorie drammatiche e vitali al tempo stesso. Fotografie d’epoca e ricordi di famiglia accompagnano una lunga intervista girata tra la casa padovana, la laguna, i monasteri e le montagne.
L’idea è di Francesca Visentin, giornalista e amica di lunga data, autrice del soggetto e dei testi con la collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. Neppure prima del resto il cinema era un mondo estraneo per Antonia Arslan: «Ho seguito i fratelli Taviani quando hanno girato il film tratto da La masseria delle allodole, ma da lontano e senza interferire, per rispettare il loro lavoro». Stavolta però la macchina da presa era puntata su di lei. «Avere una troupe in casa per giorni alla mia età può essere stancante – ammette – Ho però ammirato il modo in cui persone arrivate da ogni parte d’Italia e del mondo hanno collaborato insieme, con passione e professionalità. Un lavoro artigianale per un risultato perfetto: suono, luci, riprese, tante competenze che si uniscono senza pestarsi i piedi». Un modo anche per guardare il proprio percorso da un’altra prospettiva: «Vedere le cose con gli occhi degli altri è rasserenante. E, dopo aver avuto qualche problema di salute a inizio anno, ho cercato di accettare questo impegno con umiltà, con il senso di responsabilità di chi si sente parte di un gioco più grande».
Il film nasce anche da un’amicizia, quella con Francesca Visentin, che negli anni è diventata qualcosa di più, fatta di pranzi, cappuccini al bar e lunghe chiacchierate, ma anche di vicinanza reciproca nei momenti difficili. «Tutti conoscono la scrittrice bestseller, la voce del popolo armeno – osserva la giornalista – Desideravo però che emergesse anche un’altra Antonia: la bambina, l’adolescente, la donna che è stata e che è oggi. E lei ha accettato di aprire non solo le porte della sua casa, ma soprattutto quelle del suo cuore».
Una vita ricca di soddisfazioni e di successi, ma segnata anche da lutti e dolori, «rielaborati con la resilienza tipica di un popolo che, per quanto schiacciato, è sempre riuscito a far sentire la propria voce». Sul set intanto nei giorni di ripresa è nata una grande famiglia che per settimane ha invaso la vita della scrittrice: Visentin ricorda ad esempio il pranzo di famiglia ricostruito per le riprese e soprattutto la piccola Lucrezia, figlia della regista, che interpreta Antonia bambina e ha conquistato l’intera troupe.
Giulia Belluco, nata a Treviso e cresciuta a Padova, ha lavorato a lungo tra Milano e gli Stati Uniti, aveva letto i libri di Arslan, ma non la conosceva personalmente: «Scelgo solo le storie che riescono a toccarmi – dice – e Antonia sa raccontare e raccontarsi con una semplicità incredibile. Non servono tante parole: ne bastano poche, ma quelle giuste». Ascoltare la sua storia dalla sua voce, aggiunge, è un privilegio difficile da descrivere: «Spero solo che quello che è stato dato a me arrivi a tutti». L’obiettivo è partire dal Veneto, arrivare ai festival internazionali e poi portare il film nelle scuole.
Chi conosce la piccola grande signora della letteratura padovana sa che questa disponibilità non è un’eccezione, ma uno stile di vita. Antonia Arslan non si è mai risparmiata; non con i suoi lettori, che riempiono le sale dei suoi incontri e affrontano lunghe file al firmacopie, dove lei trova il tempo per una parola con ciascuno. E non lo ha fatto neppure con la sua città: l’associazione Casa di Cristallo in via Altinate è da anni un punto di riferimento culturale, con appuntamenti gratuiti e aperti a tutti tra storia, letteratura e arte. Una generosità che il tempo non ha intaccato: chi le chiede un’ora, una presentazione o un consiglio difficilmente riceve un no. Anche il film porta questo segno, perché sostiene l’ospedale Redemptoris Mater di Ashotsk, nella provincia di Shirak, a oltre duemila metri sui monti armeni. Voluto da Giovanni Paolo II dopo il terremoto del 1988 e oggi guidato dal camilliano vicentino padre Mario Cuccarollo, da oltre 35 anni in Armenia, è oggi l’unica struttura sanitaria per circa 13 mila persone.
Oggi, a 88 anni, con un nuovo libro appena uscito a sua cura, Memorie di una lady armena di Maria Nazle Corinaldi, Antonia Arslan ha già pronta la valigia: riparte per l’Armenia. Un viaggio non semplice, dopo un anno difficile e con le forze da dosare. Ma la risposta, come sempre, non sembra lasciare spazio a esitazioni: «Voglio, devo andare».