Violenza giovanile: card. Battaglia (Napoli), “l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti”
Dopo i gravi episodi di Napoli e Roma, l’arcivescovo invita a non liquidare la questione come un fatto di periferie e famiglie povere: “La solitudine dei ragazzi non ha confini geografici”. Servono adulti presenti, capaci di ascoltare e di dire i no che fanno crescere, alleanze tra istituzioni, scuole, famiglie e comunità ecclesiali, e una politica disposta a investire su risultati che non portano consensi immediati.
“L’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono”. Ne è convinto il card. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, commentando i recenti e gravi episodi di violenza giovanile, a Napoli e a Roma. “Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo”, evidenzia il porporato, che sgombera il campo anche da un equivoco: “Credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere”. Il cardinale ricorda anche l’iniziativa che ha lanciato qualche anno fa: il Patto educativo: “Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza”. perché “la prevenzione comincia ben prima di una rissa”. E “anche la politica deve fare la sua parte”. Accanto alla giustizia “servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati”. Di qui l’invito: “Mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio”. “I ragazzi – osserva – non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi”.