Idee
Nel novembre 1987, a un anno e mezzo da Chernobyl, gli italiani chiusero con il voto la stagione dell’atomo. Nel giugno 2011, con le immagini di Fukushima ancora negli occhi, un secondo referendum sbarrò la porta che qualcuno aveva tentato di riaprire. Fino allo scorso 29 settembre, quando con l’approvazione della legge n. 169 il Governo è stato delegato a disciplinare con successivi decreti il “nucleare sostenibile”.
Per ora si tratta solo di un primo passo normativo, mentre crisi climatica, guerre e bollette ripropongono in maniera sempre più urgente il tema della decarbonizzazione. Se infatti anche in Italia negli ultimi anni le fonti rinnovabili sono molto cresciute, d’altra parte per compensare i momenti di poco sole e vento si continua a bruciare gas e petrolio. Perché allora non tornare a pensare anche all’atomo, perlomeno come parte di un mix?
È la tesi sostenuta da Giuseppe Zollino, docente presso l’Università di Padova e responsabile energia e ambiente di Azione, nonché autore assieme a Chicco Testa del libro Il pezzo mancante. Il nucleare nel puzzle dell’energia (Il Mulino, 2026, pagg. 232, euro 18,05).
Una polizza contro l’intermittenza
Piero Martin insegna fisica all’Università di Padova e si occupa da anni di fusione nucleare, l’alternativa ecologica alla fissione per la quale Padova rappresenta un centro di ricerca di livello mondiale, grazie al Consorzio Rfx sito in zona industriale. Appassionato e abile divulgatore, lo contattiamo mentre è di ritorno da un incontro con il pubblico dove ha parlato di una «scienza gentile», capace di dialogare anziché alzare la voce. Un metodo che vale anche per il dibattito sull’energia: «Spesso tra favorevoli e contrari al nucleare si tende allo scontro ideologico – spiega alla Difesa – Si tratta però di un atteggiamento vecchio, legato a decisioni del passato e che rischia di mettere da parte sia il progresso che la giustizia energetica».
Oggi, secondo lo scienziato, l’obiettivo primario deve essere liberarsi dalle fonti fossili: «L’inquinamento produce vittime reali anche qui da noi, in Pianura Padana, dove respiriamo un’aria pessima – ricorda – E dietro molte guerre, a cominciare da quelle in Medio Oriente, ci sono le risorse energetiche». Le rinnovabili rappresentano il cuore della transizione, ma hanno i loro limiti: «Anche in un Paese dal clima temperato come l’Italia l’energia solare è disponibile per circa 2 mila ore l’anno su quasi 8.800: manca di notte e d’inverno è molto più debole – spiega – Le nostre reti di distribuzione vanno profondamente adattate, e sui sistemi di accumulo di lunga durata siamo ancora indietro. In questo scenario il nucleare può rappresentare una polizza assicurativa: una quota del 10-15 per cento che stabilizza il sistema e lo rende immune dall’intermittenza».
Sullo sfondo c’è la Cina, che pur essendo leader nella produzione di pannelli solari, pale eoliche e batterie, per arrivare a una completa decarbonizzazione punta, con il piano quinquennale 2026-2030 varato quest’anno, a diventare il primo produttore elettronucleare al mondo. Di fronte a questa scala una politica energetica ha senso soltanto se è almeno continentale, «e a questo riguardo la legge appena varata in Italia può essere uno strumento utile, nella misura in cui permette all’Italia di rientrare in un discorso europeo e mondiale – sottolinea Martin – Non dimentichiamo che la nostra filiera industriale, nonostante lo stop alla produzione domestica, è tra le prime al mondo: almeno un centinaio di imprese lavorano sulla componentistica nucleare, inoltre Enel partecipa alla gestione di centrali in Spagna e fino all’anno scorso era presente anche in Slovacchia».
Il conto, le scorie, la politica
Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca del Cnr, guarda alla questione da una prospettiva diversa. «Sappiamo da settant’anni che il nucleare è una tecnologia senza emissioni di CO₂, e lo spegnimento degli impianti italiani fu una mossa oggettivamente affrettata – premette – Il problema è il nucleare “all’italiana”. Siamo sicuri che oggi sia l’opzione più conveniente per un Paese che deve ripartire da zero?».
Il primo nodo è chi paga. «La legge delega stabilisce che gli oneri siano a carico dei privati, ma non esiste al mondo un piano nucleare gestito in questa maniera – osserva Armaroli – Lo Stato deve sempre intervenire, a partire dalla costituzione di un’autorità di controllo fino alla gestione dei rifiuti nucleari. E chi promette centrali per il 2030 o il 2035 non dice il vero: realisticamente non si arriverebbe ai primi impianti funzionanti prima del 2040, decisamente troppo tardi rispetto alle nostre esigenze. Quale azienda privata investe decine di miliardi per vedere i primi ricavi tra quindici anni, senza precise garanzie? Gran parte dei costi ricadrebbero inevitabilmente sui cittadini».
C’è poi una fragilità tutta italiana. «Non abbiamo ancora trovato il sito per i rifiuti a bassa attività prodotti cinquanta o sessant’anni fa – ricorda il chimico – Un programma nucleare richiede anche e soprattutto stabilità, vent’anni senza cambiare idea. Possiamo garantirlo, in un Paese dove ogni Governo rimette in discussione l’operato del precedente?».
Per Armaroli le alternative praticabili sono altre. Nel 2040, in Europa, l’80-90 per cento dell’elettricità sarà prodotto da fonti rinnovabili. «Per i giorni senza sole e senza vento e per i picchi invernali è più realistico affidarsi a centrali a gas: inizialmente in gran parte fossile, da sostituire in seguito con biometano e metano sintetico – spiega – Abbiamo già le infrastrutture: centrali, stoccaggi, condotte. È l’opzione meno costosa». C’è infine una questione che lo scienziato tiene a sottolineare: «Le rinnovabili sono diffuse, ognuno può diventare produttore, mentre il nucleare concentra tutto in poche mani – osserva – e non è un dettaglio. Senza dimenticare i rischi, sempre presenti, connessi alla proliferazione nucleare».
Una questione da affrontare al più presto
Qualsiasi soluzione va insomma attentamente valutata. A cominciare dall’aspetto della sicurezza e delle scorie, sulle quali Piero Martin invita però a non perdere la misura: «Temi da trattare con attenzione, ma faremmo un errore se pensassimo che l’umanità non sia capace di gestirli. Le scorie hanno volumi piccoli, molto più facili da trattare delle polveri sottili che respiriamo ogni giorno. E se guardiamo alla mortalità legata alla produzione di energia, il nucleare è ai livelli più bassi insieme alle rinnovabili, comunque molto al di sotto dei fossili». Il fisico respinge anche l’idea di rimanere fermi nell’attesa che la ricerca porti a reattori più puliti o alla fusione, il campo cui ha dedicato la sua carriera. «Chi dice di aspettare tenta a mio modesto parere di lavarsi le mani da un problema globale: ancora oggi 800 milioni di persone sono senza elettricità, soprattutto nei Paesi più poveri – conclude –. Io lavoro sulla fusione, ma finché questa non arriverà la priorità è comunque di non continuare a bruciare petrolio e gas».
Su un punto almeno dunque i due scienziati concordano: dai fossili è bene uscire al più presto. Ce lo ricordano il caldo autunno che stiamo vivendo, e i conflitti che hanno quasi sempre l’energia sullo sfondo. Per una scelta che impegnerà almeno due generazioni non basta ripetere vecchi slogan, né inseguirne di nuovi: per questo il confronto va riaperto, senza eludere nessuna delle questioni sul tavolo.
Tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, sul territorio nazionale sono state realizzate e messe in funzione quattro centrali nucleari: due al Nord, Caorso e Trino Vercellese, e due al Centro-Sud, Borgo Sabotino nel Lazio e Garigliano in Campania. Una quinta centrale, completata all’85 per cento al momento del referendum dell’8 e 9 novembre 1987, si trova a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, ma alla chiusura delle urne venne riconvertita in centrale termoelettrica intitolata ad Alessandro Volta e oggi produce elettricità bruciando combustibili fossili. La più potente era quella di Caorso, che a regime produceva 840 megawattora, capace di illuminare una città come Milano. Oggi Sogin, la società statale incaricata di smantellare questi impianti, sta ancora lavorando per smontare la centrale e decontaminarla.