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“Il rischio è che ai maggiori costi di produzione e trasporto si aggiungano le perdite dei prodotti rimasti invenduti e le difficoltà di approvvigionamento, alimentando nuove pressioni sui prezzi”. Così Carmelo Petraglia, professore di Economia politica presso l’Università della Basilicata e consigliere scientifico dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), illustra le possibili conseguenze del prolungato fermo delle attività messo in campo dagli autotrasportatori delle Regioni del Sud Italia per via del caro-carburanti, ritenuto ormai insostenibile. Ieri, in un incontro nella Prefettura di Milano, il Governo ha preso l’impegno di sbloccare 480 milioni per far fronte alle oltre 32mila domande di contributo presentate dai camionisti per il caro-carburanti da marzo a ottobre. A questi dovrebbero aggiungersi 500 milioni indirizzati al rinnovo dei veicoli. A seguito di queste rassicurazioni, il Comitato dei trasportatori siciliani ha annunciato la revoca del fermo, mentre continuano i blocchi e le agitazioni in Calabria, Puglia e Campania.
Professore, che segnale arriva dalle proteste di camionisti e agricoltori del Sud Italia? Quanto pesa il caro-carburanti sui costi delle imprese e quanto incide lo svantaggio logistico del Mezzogiorno?
Le proteste sono il segnale di rincari che stanno diventando insostenibili. Il prezzo del gasolio è aumentato del 35% su base annua. Con un prezzo vicino ai 2,3 euro al litro, il carburante può superare un terzo dei costi operativi, mettendo sotto pressione soprattutto le imprese di autotrasporto più piccole, con margini ridotti e un concreto rischio di chiusura. Nel Mezzogiorno lo shock si somma a uno svantaggio logistico strutturale: maggiori distanze dai mercati, collegamenti ferroviari e intermodali carenti e flussi di merci sbilanciati, con molti camion che arrivano carichi dal Nord e faticano a trovare merci per il viaggio di ritorno. Il risultato è
un costo del trasporto più elevato per le imprese meridionali, che il caro-gasolio contribuisce ad aggravare, penalizzando ulteriormente la competitività delle produzioni del Sud.
Quali settori e territori del Mezzogiorno sono più esposti al caro-carburanti e, potenzialmente, a rischio di chiusura?
Autotrasporto, agricoltura e filiera agroalimentare sono i comparti più vulnerabili.
Il gasolio pesa sulle lavorazioni agricole, sul funzionamento dei macchinari e sulla distribuzione. Sono esposti soprattutto i distretti ortofrutticoli di Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata, dove la deperibilità dei prodotti rende essenziale la continuità dei trasporti. Le segnalazioni di prodotti fermi e difficoltà nelle consegne stanno crescendo. Le imprese minori, con poca liquidità, rischiano sospensioni dell’attività e, se la crisi prosegue, chiusure.
Il pericolo è che uno shock temporaneo provochi una perdita duratura di capacità produttiva.
Quanto rischiano di aumentare i prezzi dei beni alimentari e quali conseguenze ci saranno per le famiglie?
È presto per quantificare gli effetti sui prezzi alimentari. Molto dipenderà dalla durata delle proteste e dall’efficacia delle misure di sostegno adottate dal Governo. Il rischio è che ai maggiori costi di produzione e trasporto si aggiungano le perdite dei prodotti rimasti invenduti e le difficoltà di approvvigionamento, alimentando nuove pressioni sui prezzi.
Il quadro corrente è comunque già preoccupante: a settembre i prezzi degli alimentari non lavorati sono cresciuti del 5,5% annuo, con aumenti dell’8,5% per gli ortaggi. Dal 2021 gli alimentari sono rincarati complessivamente di quasi il 30%. Le conseguenze sono particolarmente gravi al Sud, dove oltre un quarto della spesa familiare è destinato all’alimentazione.
Altri rincari comprimerebbero il potere d’acquisto e i consumi, già deboli nonostante la recente crescita meridionale.
Quali interventi immediati dovrebbe adottare il Governo per contenere la crisi?
Occorre garantire l’erogazione tempestiva dei sostegni già stanziati per l’autotrasporto e adeguare le compensazioni ai rincari più recenti. Vanno rafforzati anche gli aiuti alle imprese agricole, estendendoli a quelle agromeccaniche che lavorano per conto degli agricoltori. Un’attenzione particolare va riservata alle aree interne e montane, dove il caro-carburanti pesa ancora di più per le difficoltà di collegamento. Serve inoltre un confronto con le categorie per garantire le forniture essenziali e un monitoraggio dei prezzi lungo le filiere. Ma
l’emergenza non deve far perdere di vista la priorità strutturale: ridurre la dipendenza dalla gomma, investendo in ferrovia, intermodalità e logistica nel Mezzogiorno.
Se le proteste dovessero proseguire, quali sarebbero le conseguenze sull’economia meridionale e nazionale?
Blocchi prolungati produrrebbero effetti a catena: ritardi nelle forniture, sospensioni della produzione e ripercussioni sulle filiere e sull’occupazione.
Le conseguenze non resterebbero confinate al Sud, perché le attività produttive meridionali sono strettamente integrate con quelle del resto del Paese.
Sul piano macroeconomico, il rischio sarebbe particolarmente serio per il Mezzogiorno, dove la recente crescita è stata sostenuta soprattutto dagli investimenti, mentre la domanda interna rimane fragile. Sarebbe un doppio colpo, alla produzione e ai consumi, con ripercussioni sull’intera economia nazionale e ricadute sociali particolarmente pesanti nel Mezzogiorno, dove la vulnerabilità economica delle famiglie è più diffusa.