Fatti
«Secondo voi, ad esempio, Roberto Ruffilli sarebbe mai stato eletto con le preferenze?» Se lo chiede Stefano Ceccanti, costituzionalista e docente di Diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma, a proposito della legge elettorale da poco approvata. Una domanda retorica, certo, ma che indica dove stanno i due limiti più evidenti del testo: la reintroduzione delle preferenze e la mancanza di un ballottaggio tra le coalizioni più votate.
Il ragionamento parte dai cittadini. Con partiti molto deboli e istituzioni spesso contestate, le esigenze prevalenti sono due: vicinanza e responsabilità. «Un tempo erano i partiti più che le istituzioni a garantire questi elementi – ricorda il costituzionalista – ma oggi essi vanno riposti anzitutto nelle istituzioni perché le forze politiche appaiono comunque nell’insieme distanti e poco responsabili». Vale per i singoli rappresentanti, vale per i governi legati alle assemblee dal rapporto di fiducia.
Il primo limite riguarda le preferenze. Ceccanti ricorda la stagione referendaria dei primi anni ‘90, quando furono duramente criticate perché mettono in competizione, il giorno del voto, i candidati dello stesso partito. Nei comuni il difetto è minimo: le campagne costano poco e la spinta fratricida resta contenuta. Ma altrove cambia tutto. «Più ci si sposta su circoscrizioni grandi – spiega – più pesano tra l’elettore e il candidato gruppi di interesse e correnti organizzate che rendono comunque il candidato più lontano e meno responsabile».
C’è poi un dettaglio che lo sorprende. L’associazionismo cattolico, in prima fila tra i critici delle preferenze nei primi anni ‘90, oggi ne ha fatto una bandiera. «Stupisce invece che oggi, quando tale associazionismo può vantare più profili qualitativi che quantitativi – aggiunge Ceccanti – abbia anch’esso adottato la retorica delle preferenze come alternativa principale se non esclusiva alle liste bloccate». Una scelta che giudica forse non ben meditata e in parte masochista. La strada indicata resta quella dei collegi uninominali: «Per quanto la battaglia sia inattuale sarebbe bene sul lungo termine ripensare quindi ai collegi uninominali». E intanto una prima prova potrebbe arrivare presto: «Forse basterà vedere dopo tanti anni una sola elezione politica l’anno prossimo con le preferenze – anticipa – per determinare una sana reazione ai problemi che saranno ben visibili».
Il secondo limite riguarda i governi. Senza un ballottaggio, il rischio è un Parlamento senza maggioranze, con forze politiche diverse non più abituate a parlarsi. Il quadro, per Ceccanti, è chiaro. «I partiti, almeno in Italia – osserva – non sono più in grado dopo il voto di stipulare alleanze chiare con un rapporto chiaro e comprensibile tra consenso, potere e responsabilità». Per questo il compito va spostato sugli elettori prima del voto, evitando un sistema puramente proporzionale incapace di aggregare. Come diceva Ruffilli, i sistemi elettorali devono consentire ai cittadini di essere arbitri anche di una chiara scelta di maggioranza e di governo per la legislatura.
Meglio, allora, il doppio turno. Al primo si sceglie senza limiti l’opzione più vicina, come in un proporzionale puro. Al secondo, decisivo, si impara una lezione: «la politica è quasi sempre scelta del bene possibile, senza pretesa di piena e totale corrispondenza con le posizioni individuali». Ai partiti si toglie così anche la tentazione di mettere insieme qualsiasi alleato, anche estremo, pur di vincere subito senza preoccuparsi di governare.
Resta il presente. «Nel frattempo i cittadini elettori che devono misurarsi con sistemi fortemente contraddittori e non del tutto rispondenti a questi criteri provino comunque a usare gli strumenti che hanno nel modo migliore possibile». (Andrea Canton)
Per partecipare: https://us02web.zoom.us/j/85922502006