Chiesa
Un cavaliere aveva promesso alla Madonna una ghirlanda di rose al giorno. Quando le rose mancavano, la intrecciava con le parole: un’Ave Maria al posto di ogni fiore. La sua storia è raccontata nelle Cantigas de Santa María, i canti mariani raccolti alla corte di Alfonso X di Castiglia nel Duecento, e ha un finale da romanzo. Un giorno incontrò alcuni nemici decisi a ucciderlo. Scese da cavallo, si inginocchiò e pregò. Quelli lo videro circondato di luce, accanto a una donna che intrecciava con lui una ghirlanda, e si allontanarono. Lui non aveva visto né la donna né le rose: seppe dell’accaduto dai racconti che circolavano nel paese. Difficile non pensare alle rose custodite nel nome stesso del rosario.
Vale la pena riscoprire, in questo mese di ottobre… ma non solo, la storia sorprendentemente varia di una preghiera tanto familiare. A cominciare dalle sue parole: per secoli l’Ave Maria non si recitava come la recitiamo noi. Era soltanto il saluto dell’angelo e quello di Elisabetta, presi dal Vangelo di Luca, e si fermava a «benedetto il frutto del tuo seno». Chi la ripeteva tornava ogni volta alle scene dell’Annunciazione e della Visitazione. Era un modo di ruminare il Vangelo: riprenderne le parole, custodirle nella memoria, gustarne il significato, fino a sentire vicino il mistero di un Dio che si fa uomo nel grembo di una ragazza di Nazaret. La supplica «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori» arrivò più tardi e si fissò lentamente: nel 1514 i Mercedari la introdussero nel loro breviario, e nel 1568 Pio V la accolse nel Breviario romano.
Nel Duecento, nel monastero tedesco di Helfta, santa Gertrude imparava a vivere le Ave in un altro modo ancora: come un servizio affettuoso reso a Maria durante l’attesa del Figlio, quasi a farle compagnia nei mesi in cui lo portava in grembo.
Un secolo più tardi, a Montserrat, in Catalogna, i pellegrini che passavano la notte nel santuario cantavano e ballavano in cerchio le gioie di Maria. Il Llibre Vermell, il manoscritto che alla fine del Trecento ne raccolse i canti, ne conserva uno con un ritornello che riprende il saluto dell’angelo: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, Vergine serena». Il manoscritto raccomanda però canti onesti e devoti, eseguiti con misura, per non disturbare chi stava pregando.
Nella formazione del rosario un numero ha avuto un peso particolare: centocinquanta, quanti sono i salmi della Bibbia, che i monaci cantavano nel corso della settimana. Accanto a quella preghiera nacquero forme più semplici, alla portata anche dei conversi, i fratelli laici dei monasteri che spesso non sapevano leggere: centocinquanta Padre nostro e, più tardi, centocinquanta Ave Maria. Queste ultime presero il nome di «salterio della Vergine», proprio perché richiamavano i centocinquanta salmi: era il salterio dei poveri. Nella forma proposta da san Pio V nel 1569 le Ave si distribuiscono in tre gruppi di cinquanta, per i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi: la corona di cinque decine che recitiamo di solito ne è dunque un terzo. Nel 2002 Giovanni Paolo II ha proposto un quarto gruppo di misteri, quelli luminosi.