Mosaico
“I’m Peter! And I am a Zebra seller. Mi chiamo Peter e sono un venditore di Zebra”.
È la Giornata delle biblioteche e nella biblioteca del Centro pastorale in piazza Duomo a Bolzano è stato organizzato un incontro – annunciato anche su Fb – per conoscere più da vicino la realtà di “Zebra”, il giornale di strada che da oltre 10 anni (la prima edizione del mensile è uscita nel 2014), l’Oew Organizzazione per un mondo solidale realizza e promuove sul territorio altoatesino.
Centinaia sono i giornali di strada che vengono pubblicati e distribuiti in tutto il mondo secondo un principio simile e che permettono a persone in situazioni di vita difficili di svolgere un’attività autonoma e di ottenere un piccolo reddito. “Zebra” è uno di questi giornali. È un’occasione per guadagnare qualcosa nel periodo in cui, con il supporto anche degli operatori dell’Oew, i venditori e le venditrici del mensile vengono accompagnati e supportati nella ricerca di un lavoro stabile.
Lo raccontano Giulia Hillebrand e Marlene Augsschöll, che curano l’assistenza sociale del progetto. Perché ciascuno dei venditori di Zebra è prima di tutto una persona. Una persona che sta attraversando un periodo difficile, ma pur sempre una persona con la sua dignità. Una persona di cui il progetto Zebra si fa compagno di strada. Il team delle assistenti sociali dell’Oew segue e assiste i venditori nelle difficoltà burocratiche, offre consulenze sui servizi esistenti, come mense sociali, alloggi di emergenza, servizi igienici e distretti sociali. Non solo. Molti venditori e venditrici vengono accompagnati nella ricerca di un alloggio, perché molto spesso di fronte ad un uomo o una donna dall’incarnato scuro le porte si chiudono assai più di frequente di quanto si possa immaginare.
È un lavoro di tessitura di reti, quello che da una dozzina di anni portano avanti le assistenti sociali di Zebra, capace di generare legami di fiducia non solo con persone e realtà attive sul territorio, ma anche con gli stessi venditori e venditrici, verso i quali la cura e l’attenzione non vengono meno con la fine del periodo di emergenza, ma proseguono a lungo termine, nel percorso verso una vita più stabile.
Attualmente i venditori di Zebra sono 55 – ma si può arrivare anche a 60 –, distribuiti sull’intero territorio provinciale, secondo una mappatura ben precisa. Ciascuno di loro è registrato presso l’Oew e – per evitare irregolarità o brogli – porta un tesserino ben visibile e timbrato. I venditori acquistano i giornali a 1,50 euro ciascuno e li rivendono a 3 euro; 1,50 euro, quindi, coprono i costi di produzione del giornale, mentre la parte restante rimane al venditore. Sempre per evitare irregolarità o brogli, ogni copia di Zebra è numerata singolarmente. Questo permette di risalire al venditore che l’ha acquistata e distribuita.
Al progetto di Zebra collabora anche la biblioteca del Centro pastorale di Bolzano. Per acquistare le copie del giornale i venditori si rivolgono solitamente ai negozi delle Botteghe del Mondo presenti sul territorio provinciale. Nei mesi di novembre e dicembre, quando il centro del capoluogo altoatesino è impegnato ad accogliere le decine di migliaia di turisti che arrivano per visitare il mercatino di Natale, punto di appoggio per i venditori di Zebra diventa la biblioteca del Centro pastorale.
Anche Peter è arrivato qualche volta in biblioteca per acquistare i giornali da vendere poi in strada. Ma nella mattinata di mercoledì scorso, in quella grande sala rotonda, dalle pareti completamente rivestite di libri, è arrivato per raccontare la sua storia.
Peter Olurombi ha 51 anni ed è originario di Ibadan, capitale e città più popolosa dello Stato di Oyo, nella Nigeria sudoccidentale. Rimasto prestissimo orfano di padre, la madre spesso assente, a crescerlo è la nonna. Erano gli anni Ottanta. Con la nonna riempiva bottiglie di birra con il cherosene per le lampade, che trasportavano poi in ceste, andando a venderle di casa in casa, come fanno i lattai.
La nonna di Peter era cristiana. Una donna dalla fede profonda. Mattina e sera erano scandite dalla preghiera insieme ai suoi nipoti. Non aveva mai avuto la possibilità di andare a scuola, ma la Bibbia la sapeva leggere nella lingua madre della sua regione, lo yoruba.
Peter cresce e frequenta una scuola pastorale e diviene evangelico. Qualche anno più tardi gli viene affidata a Ibadan una comunità della Christ Apostolic Church, che è la prima chiesa pentecostale indigena nata in Nigeria agli inizi del Novecento. Ancora oggi Peter ricorda i cori gospel e la musica che riempivano la chiesa di cui era pastore. Pregava con la gente e la gente si fidava di lui. Ascoltava i bisogni delle persone e, non di rado, aiutava anche economicamente chi aveva voglia di lavorare, indipendentemente se fosse stato cristiano o meno, prestando soldi senza interessi.
Oltre a fare il pastore della sua comunità, Peter lavorava principalmente come venditore di legname. Aveva una casa, una macchina e una famiglia. Andava tutto bene. Fino al giorno in cui – meno di due anni fa – un grave problema nella sua chiesa ha messo in pericolo la sua vita. Nel giro di poche ore è stato costretto a lasciare il suo Paese. Non ha avuto nemmeno il tempo di salutare.
Peter ha lasciato tutto. Anche la sua famiglia, sua moglie e i suoi tre figli che oggi hanno 21, 18 e 12 anni. Solo quando è arrivato in Italia ha potuto chiamare la moglie per rassicurarla e per dirle che era vivo.
È arrivato in Alto Adige, dove vive da qualche tempo suo fratello. “Ricominciare da zero in un altro Paese non è facile – racconta –. Accetto qualsiasi opportunità di lavoro che mi permetta di andare avanti. Per un certo periodo ho lavorato nella security di una struttura in una vallata dell’Alto Adige, ma alla fine il datore di lavoro non mi ha pagato. Nella mia vita ho sempre detto la verità. Mi ferisce molto quando vedo che ci sono persone che mentono e si prendono gioco di me”.
Uno degli ostacoli maggiori è la lingua. Peter parla inglese. A tradurre il suo racconto è Giulia Hillebrand. Peter non sa né il tedesco, né l’italiano. Ha frequentato due corsi di italiano, “ma imparare a comunicare in una nuova lingua a cinquant’anni non è così semplice”.
“Attualmente vendo il giornale di strada Zebra davanti al cimitero e nei pressi di due grandi supermercati nella zona industriale di Bolzano. La prospettiva è quella di riuscire a trovare un lavoro stabile, che mi permetta un guadagno certo, con il quale poter affittare un appartamento. Il mio desiderio è quello di portare qui anche mia moglie e i miei tre figli e sono convinto che Dio lo renderà possibile”. E chissà, forse un giorno Peter potrà tornare anche a fare il pastore.
Il racconto di Peter viene interrotto dai rintocchi delle campane del duomo, che ricordano che è arrivato mezzogiorno. È tempo di concludere l’incontro e di fermarsi a fare quattro chiacchiere e a fare festa grazie al piccolo e goloso rinfresco preparato dalle due anime della biblioteca, Elisabeth Kiem e Ingrid Pfeifer.
Quanti hanno partecipato all’incontro si spostano nell’atrio, dove c’è un tavolo pronto a soddisfare, tra spuntini dolci e salati, anche i palati più esigenti. La grande sala rotonda si svuota. Peter rimane da solo lì, in silenzio, a lasciarsi abbracciare da quei libri che parlano di Dio e che leggerebbe volentieri, se solo ne comprendesse la lingua.
Passa una manciata di minuti e a dar voce al desiderio di Peter è ancora una volta Giulia. “Peter vi ringrazia, ma non vuole nulla da mangiare. È a posto così. Gli piacerebbe solo una cosa: poter ricevere una Bibbia in italiano”.
Dopo un primo momento di spaesamento – di questi tempi non capita spesso di trovare persone che desiderano le Sacre Scritture in regalo – la Bibbia arriva e viene consegnata nelle mani di Peter. La gioia per quel dono la si può leggere nel sorriso dei suoi occhi.
La festa prosegue. Ma Peter non c’è. È tornato in biblioteca, da solo, a lasciarsi cullare nell’abbraccio di quei libri che parlano di Dio. Sfoglia la sua nuova Bibbia. Il libro dei Salmi custodisce il passo a lui più caro: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto” (Sal 104,33).