Fatti
In Brasile oggi esultano le fasce più povere della popolazione, gli indigeni, gli afrobrasiliani, le minoranze, i migranti, le associazioni della società civile, i difensori dei diritti umani, dell’ambiente e dell’Amazzonia. Anche molti missionari sono soddisfatti per il trionfo quasi inaspettato di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni brasiliane, vincendo al ballottaggio sul candidato Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Lula, al suo quarto mandato presidenziale, ha ottenuto il 51,79% dei voti (pari ad oltre 64 milioni di voti, oltre 10 milioni in più rispetto al primo turno), contro il 48,21% dello sfidante. Bolsonaro ha già annunciato che chiederà l’annullamento del voto, a suo avviso falsato dalla decisione del giudice di rinviare di due ore la chiusura dei seggi, misura richiesta da entrambi i candidati. Nel frattempo, gran parte della popolazione brasiliana è in festa. Abbiamo raccolto alcune voci.
Indigeni in Amazzonia: in canoa per intere giornate pur di riuscire a votare. “L’attesa dei risultati è stata molto angosciante. Molti più indigeni hanno potuto votare al ballottaggio, mentre non avevano potuto farlo nel primo turno delle elezioni”, dice al Sir padre Corrado Dalmonego, mantovano, missionario della Consolata e antropologo. Vive da oltre vent’anni in Brasile e svolge la sua missione a stretto contatto con i popoli indigeni Yanomani nello Stato del Roraima, in Amazzonia. Racconta che molti yanomani hanno viaggiato per intere giornate sui fiumi in canoa, in lancia, pur di arrivare alle sezioni elettorali. “Abbiamo scongiurato, per il momento, una minaccia molto grave: quella di un sistema dittatoriale, di un’oligarchia, di una famiglia dominante, di un gruppo estremista che si esprime con grande violenza”, afferma il missionario. Durante il periodo preelettorale le tensioni e le manifestazioni di odio e rabbia hanno raggiunto infatti livelli altissimi, a volte anche con incitamenti diretti alla violenza e all’uso delle armi.
In difesa dell’Amazzonia contro i garimpeiros. “Ora tiriamo un piccolo sospiro di sollievo, insieme ai popoli indigeni, insieme all’Amazzonia, insieme ai poveri, a coloro che hanno bisogno di sostegno per vivere in modo più dignitoso – sottolinea padre Dalmonego -. Ma sappiamo quanto questo gruppo sia legato a frange estremiste e fazioni criminali. Ora è stato sconfitto ma ha conquistato un numero enorme di seggi al Senato. Quindi il potere legislativo sarà nelle loro mani. Ora bisognerà veramente proteggere la vita di chi deve assumere la presidenza e scongiurare poi colpi di Stato come quello avvenuto l’8 gennaio del 2023”. La sfida maggiore riguardo all’Amazzonia, a suo parere, è scongiurare in parlamento “la minaccia della liberalizzazione (chiamata ‘legalizzazione’) dello sfruttamento minerario nelle terre indigene e di altri grandi progetti. Poi c’è la presenza imponente e sempre minacciosa degli Stati Uniti, di Trump, che considerano l’America del Sud come il loro orto. Questo vuol dire che
I garimpeiros, i cercatori di oro delle miniere illegali, sono infatti ancora presenti nelle terre degli Yanomami, erano pronti a rientrare in massa perché convinti della vittoria di Bolsonaro. “Il gruppo dei garimpeiros è molto violento – spiega il missionario – quindi queste elezioni sono una speranza. Anche se il potere legislativo e altre strutture saranno ostili, avremo almeno un esecutivo con cui stabilire almeno un dialogo”.
“In Brasile oggi c’è un clima di festa che caratterizza tutti coloro che hanno votato per la verità, per la bellezza, per la democrazia e il rispetto, per il Brasile, insomma, ma anche per tutto il mondo”. Conferma don Flavio Lazzarin, missionario fidei donum della diocesi di Mantova a São Luís, la capitale dello Stato di Maranhão, nel Nord est del Brasile. “Oggi le paure che ci hanno accompagnato fino alla vigilia del secondo turno svaniscono, lasciando il posto ad un minimo di serenità – osserva don Lazzarin -. Ma questo non significa abbassare la guardia di fronte a ciò che sta accadendo nel mondo in termini di crescita significativa dell’estrema destra, ovunque: in Sassonia, in Francia, in Italia, in Brasile, in America Latina. La vittoria di oggi è significativa perché dimostra che è possibile arginare, almeno per un momento, quest’ondata di violenza, di guerra, di autoritarismo e di repressione che attraversa tutto il pianeta”. Il missionario, che è anche sociologo, ci tiene ad evidenziare che la speranza viene dal mondo giovanile, che anche in Brasile si è mobilitato, con manifestazioni dei giovani in tutte le grandi e piccole città.
“In tanti Paesi c’è un’insorgenza giovanile che le generazioni precedenti non riescono a comprendere
– osserva -. Ci dicono che non sono d’accordo, che non c’è futuro per loro e vogliono scommettere su qualcosa di nuovo, sulla convivialità e sulla fraternità, uniche medicine per la politica istituzionale”.
Una speranza per le fasce più svantaggiate della popolazione. Dello stesso parere è padre Alfredo Dorea, sacerdote afrobrasiliano anglicano impegnato nell’aiuto alle persone più ai margini a Salvador da Bahia, nel Nord est del Paese. “La vittoria di Lula rappresenta una speranza concreta per le fasce più svantaggiate della popolazione brasiliana, ma è anche una vittoria per tutti: per la democrazia in Brasile e nel mondo – sottolinea -.
È una vittoria della giustizia sociale, della dignità umana e della lotta contro la fame e le disuguaglianze. È la riaffermazione dei valori della democrazia, dei diritti umani e della convivenza tra i popoli”.
Anche padre Alfredo racconta della grande gioia della popolazione, “soprattutto dei più poveri tra i poveri in Brasile”: “In un mondo minacciato dall’autoritarismo, dall’odio e dall’intolleranza, la sua vittoria ci ricorda che la speranza e la partecipazione popolare possono aprire nuove strade per il mondo intero – conclude -. Gioire per Lula significa gioire per la democrazia in Brasile e nel mondo, perché non c’è democrazia senza il riconoscimento dei diritti dei più poveri, senza pace e senza giustizia sociale”.