Storie
Arzercavalli. Sera di metà maggio. Lungo la strada stretta che porta alla frazione successiva, il paese si incurva e c’è un capitello con qualche vecchia sedia sghemba. È in cemento armato: sembra uno di quei piccoli monumenti ai caduti partigiani, di cui era piena la Jugoslavia di mio nonno, ma nessun nome scurisce la lapide, nessuna stella si arrossa su questo tempietto induista, pare piuttosto intravedersi una di quelle che brilla qualche chilometro più in là sull’Adriatico. L’immagine di una specie di dea madre, bianca come il latte, sta reclusa al centro, sguardo in su, mani giunte. Tre donne sulla settantina, una forse qualcosa di più, le ripetono quello che avevano detto le loro madri, le loro zie, le loro nonne. Ma finite le giaculatorie, spigolata la collana che reggono tra le nocche e le unghie, quando ormai il crepuscolo fa salire un venticello che sa quasi di estate, si infilano i discorsi sulle amanti di quello, sulle disgrazie di questo e quello, i nipoti che crescono in città, le tante faccende importanti che domani saranno volate via con le preghiere. Sembra quasi che ci si inerpichino su per queste storie di paese, quasi a trovarci un senso per il domani, per il vuoto del mattino successivo, per trovarsi ancora dopo aver preparato il sugo e sturato il lavandino del bagno; la piccola ebrea palestinese col velo resta impietrita e fa
finta di capirle versando qualche lacrima per i loro casini piccini picció, incalcolabili.
Ormai annotta, e più indietro, proprio verso il cimitero del paesino, si scorge sul tornante una luce premuta sulla guancia di un uomo scavato, già oltre la metà dei suoi anni. Si aggira come una falena per il parcheggio disegnando spirali attorno al lampione che lo aspetta lì ogni sera, dopo cena, da quando fa bel tempo fino alla salita che sta in fondo a settembre.
I due da anni si attendono a vicenda e paiono quasi fratelli: longilinei, fievoli, magrissimi, dritti. Ma il primo dei due parla, in arabo mi sembra, e la sua voce roca per le sigarette e per la calce da muraro si alza in una danza di malinconia e percorre le distanze delle lettere tra il mio trisnonno e la famiglia quando era nelle Meriche. Le parole stavolta trottano diecimila volte più veloci e si stoppano prima, non passano il grande oceano e scivolano giù a zig zag verso le montagne dell’Atlante sfrigolando tra berbero antico, magrebino stretto e inglesismi odierni. Lei riceve ogni sera la sua chiamata.
Gliel’aveva presentata sua madre e lei non voleva: sognava Parigi e le idee di un nuovo millennio pieno di luci e di indipendenza. Poi è arrivato il matrimonio, la prima notte di nozze, un’occasione di lavoro, un futuro in Europa. I figli invece li ha cresciuti da sola, lì dove arriva la neve sopra il Sahara, coi soldi che lui le mandava a casa così, come poteva, e c’è da dire che non bastavano mai per partire e raggiungerlo lassù su quella pianura strana. Ora però due figli sono in Francia a studiare: stanno da parenti; uno è a Rabat ad arrangiarsi e la più piccola è sposata – piuttosto bene – in Spagna. Lui questi bimbi glieli lasciava in grembo, poi ripartiva, racimolava le monetine di anno in anno e ogni bisestile tornava ad abbracciarla; ogni volta più segaligno; seguivano baci secchi, ma a vederli di lontano avrebbero fatto l’effetto di due ragazzini innamorati per la prima volta.
E così per vent’anni, precisi, con quasi un figlio nuovo per ogni ritorno; poi però, un giorno del 2023, per le strade del paese, verso sera – tornando dal mercato, dove ancora non è arrivato
l’asfalto e dove già era buio – un camion, pieno di cinesate, ha preso una buca e, sterzando male male, l’ha centrata, agganciandola da un lato e schiantandola contro un vecchio palo della luce
fitto di fili. Alla fine del volo, si era ritrovata accartocciata e impolverata contro un muro vecchio, coloniale, incrostato.
Lo aveva riempito; in terra – sparse – stavano tutte le cose che custodiva in una borsetta nera. Chi è accorso ha raccolto solo le sue ultime frasi: qualcosa sui figli e un netto «non glielo dite». E lui ogni sera, da quel paesino sperso nella Bassa Padovana, con ancora le gocce bianche sul viso e le polveri di gesso sotto la pelle, si alza da un divanaccio, esce con la sigaretta in mano e la chiama e lei – per non fargli un dispiacere – da anni ormai, ogni sera, alle 21, dopo due o tre squilli, gli risponde con un filo di voce, ma puntuale, sempre.
I figli non sanno come dirglielo e lui le monetine le ha quasi raccolte tutte: tutte le sere esce per andare dall’amico lampione a parlare con lei di amore e di una casa nuova in cima alle montagne dell’Atlante. Le ha promesso che gliela farà lui con le sue mani; a lei pare giusto almeno rispondergli.

Una volta ho sentito un’intervista al grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez. Gli chiesero del realismo magico e lui disse che nel Caribe non c’era nulla di magico – era semplicemente la realtà, guardata fino in fondo. E allora perché non guardare con gli stessi occhi la nostra periferia, quella pianura bassa e dimenticata tra il Brenta e l’Adige, dove ogni giorno accadono cose che nessuno racconta al di fuori delle ciacole nei bar? Ecco allora i luoghi della Bassa Padovana che diventano altrettanti palcoscenici per alcuni racconti brevi. Non storie di eroi o di vincitori, ma di chi non è visto se non dalla cronaca locale: i lavoratori nei loro campi, i migranti bengalesi stipati in case spoglie, gli anziani soli davanti alla tv, i bambini che crescono tra due mondi e due lingue, le persone che il dolore ha consumato dall’interno – alcol, solitudine, demenza, amori perduti, sogni infranti. È il tentativo di accorgersi e di amare una periferia, che forse sta al centro del nostro cuore.