Storie
Ascoltare. È il servizio a cui dom Biagio Toffan dedica da molti anni gran parte delle sue giornate, tra confessioni e direzione spirituale. Il 19 novembre compirà novant’anni; quest’anno ne festeggia settanta dalla prima professione monastica e sessanta di sacerdozio. Lo abbiamo incontrato a Praglia, dove arrivò ragazzo da Bevadoro nell’autunno del 1951.
Dom Biagio, come è nata la sua vocazione?
«Ricordo una sera di maggio, al fioretto della Madonna, a Bevadoro. Durante la predica ho avuto una specie di visione, diciamo così: mi vedevo circondato da tante persone. Questo mi ha aperto la strada al desiderio di essere sacerdote. Eravamo contadini e i miei genitori volevano che imparassi un mestiere. Il parroco suggeriva il Seminario; poi abbiamo cercato fra varie comunità religiose. Alla fine ha prevalso Praglia. Mia mamma era di Luvigliano: forse anche questo ha favorito la scelta».
E la prima volta a Praglia?
«Sono venuto con la mamma e una zia. Stavano asfaltando lo stradone che porta al monastero. Abbiamo parlato con il padre incaricato dei ragazzi, che mi ha detto di aspettare una lettera. La risposta è stata positiva e così sono entrato».
Comincia il probandato, un tempo di discernimento e di studio. Qui frequenta le medie. Non le mancava la vita di prima?
«Un po’ di nostalgia c’era. Ricordavo le domeniche al paese, il catechismo e poi il gioco. Dalla mia stanza sentivo le campane di Tramonte e mi veniva nostalgia di fuori. Però mi sono adattato facilmente. È andata così anche per il canto e la preghiera. Certo, era impegnativo alzarsi alle due di notte».
Alle due?
«Sì, per il mattutino. Verso le tre si finiva e si tornava a dormire fino alle cinque e un quarto. Poi c’erano le lodi e prima (una delle ore liturgiche, ndr). Da ragazzi partecipavamo qualche volta; con il noviziato si prendeva parte a tutti gli atti comunitari. Durante gli studi qualche notte ci lasciavano liberi. Il mattutino costava».
Poi anche questi ritmi sono cambiati. Come ha vissuto il Concilio e le novità nella vita del monastero?
«Positivamente. C’era uno spirito di ottimismo. È stata tolta la preghiera notturna delle due; oggi la prima è alle cinque. Allora c’era più severità, il silenzio era molto sottolineato. In refettorio non si parlava mai: nelle poche occasioni in cui si poteva, si portavano fuori i tavoli e si mangiava all’aperto».
È cambiato anche il modo di pregare?
«La meditazione si faceva insieme. Il superiore leggeva un passo della Scrittura o di qualche santo e si rimaneva mezz’ora in meditazione. Adesso ognuno la fa personalmente, soprattutto con il Vangelo del giorno. È più personalizzata. E anche nelle difficoltà ci si arricchisce: ci fanno uscire dal nostro io. Questo vale per la famiglia e anche per noi».
Da molti anni lei ascolta anche le fatiche di chi vive fuori dal monastero. Che cosa cercano oggi le persone che vengono a confessarsi?
«Mi sembra che la confessione sia molte volte un luogo di liberazione, di approfondimento della propria vita e delle difficoltà. C’è una riflessione più interiore. In passato c’era soprattutto la confessione dei peccati e meno questo aspetto. Anche in questo caso direi che oggi è più personalizzata».
E guardando all’oggi, di che cosa abbiamo bisogno?
«Di interiorità. C’è la dimensione fisica, del corpo e del lavoro, e quella razionale, dello studio. L’Occidente ha sviluppato molto queste due. Ma c’è anche la dimensione del cuore, della fede. Non dobbiamo fermarci solamente al sapere e all’avere. Quello che viviamo non è un tempo di decadenza; credo sia di apertura a qualcosa di nuovo, all’interiorità. Cerchiamo sempre novità, invece bisogna cambiare il cuore, affidarci di più al Signore».
Alla fine dom Biagio torna là dove il colloquio era cominciato: all’ascolto. Fare, lavorare, studiare trovano senso dentro una relazione da custodire. «Il Signore non ci abbandona mai. È importante riferirsi a lui, vivere in lui ciò che viviamo, non semplicemente fare o sapere».

Luigi Toffan, dom Biagio, è nato il 19 novembre 1936 a Bevadoro, frazione di Campodoro, in provincia di Padova e Diocesi di Vicenza. Entrato in monastero nel 1951, ha emesso la prima professione il 14 ottobre 1956 e quella solenne il 2 ottobre 1960. Il vescovo Bortignon lo ha ordinato sacerdote a Praglia il 10 agosto 1966. Ha studiato a Parma, Finalpia (Finale Ligure) e Praglia e ha prestato servizio anche a Roma, Montecassino (Frosinone), Venezia e Casalbordino (Chieti).
A Praglia è stato guida dei visitatori, maestro dei novizi, foresterario e addetto al santuario del Monte della Madonna; nel 1989-1990 ha svolto anche il servizio di parroco. Vicepriore dal 2019 al 2025, da molti anni si dedica soprattutto alle confessioni e alla direzione spirituale. Durante il periodo romano ha pubblicato uno studio sulle origini della Rivista liturgica, condotto sulla documentazione archivistica della Curia sublacense.