Fatti
Cinquanta a quarantanove. È il risultato del voto cattolico nelle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre, che hanno consegnato ai democratici la Camera e il Senato. Secondo l’exit poll condotto da NBC News con altre testate in 45 Stati, i cattolici – un votante su cinque – hanno scelto per il 50% i candidati democratici e per il 49% quelli repubblicani. Due anni fa, nella stessa rilevazione, Donald Trump aveva raccolto il 59% del voto cattolico contro il 39% di Kamala Harris. Nella stessa notte i democratici hanno strappato ai repubblicani almeno sette seggi al Senato, dal Kansas al Texas.
Bianchi e ispanici, due elettorati opposti
Il pareggio va letto sull’onda nazionale: nel voto popolare per la Camera i democratici hanno prevalso di circa 13 punti, secondo le stime del New York Times. Il baricentro cattolico si è mosso con il Paese, ma resta più conservatore. Ryan Burge, docente alla Washington University di St. Louis, parla di un elettorato “soft Republican”, repubblicano a bassa intensità, e legge il risultato in chiave economica: “Il punto è che l’economia va male”. I cattolici bianchi hanno votato repubblicano al 56%, quota che sale al 63% tra chi non ha una laurea. Gli ispanici hanno scelto i democratici al 65%, gli afroamericani all’87%. Lo spostamento più ampio riguarda l’elettorato latino nel suo insieme, passato dal 51% al 64% di voto democratico. Ad aprile un’analisi di OSV News ricordava che i cattolici sono circa il 15% della popolazione in Ohio, Maine e Michigan, allora le tre sfide più incerte per il Senato, e che in Texas sono in larga parte latini. Ohio, Maine e Texas hanno eletto senatori democratici, il Michigan ha confermato il proprio.
L’anno dello scontro tra Casa Bianca e Santa Sede
Per il Pew Research Center l’approvazione di Trump tra i cattolici è scesa dal 47% di inizio 2025 al 30% di inizio ottobre, quella tra i cattolici bianchi dal 52% di gennaio 2026 al 39%.
Il 10 aprile Leone XIV aveva chiesto ai vescovi caldei di “gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe”. Trump lo aveva definito “debole sulla criminalità”, il vicepresidente JD Vance, cattolico convertito, lo aveva invitato a essere “molto, molto attento” quando parla di teologia. Persino CatholicVote, guidata per diciassette anni da Brian Burch, oggi ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, aveva denunciato un post che superava “ancora una volta, una linea di decoro”. Pochi giorni dopo, un sondaggio Economist/YouGov assegnava al Papa, tra i cattolici, un saldo di +43 punti, al presidente di +5. Il giorno dopo il voto, Vance ha attribuito la sconfitta proprio alla guerra in Iran. Leone XIV, primo Pontefice a votare in un’elezione statunitense, lo ha fatto per corrispondenza. La Sala stampa della Santa Sede ha richiamato “la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici”.
Vescovi e referendum, il nodo dell’agenda pro-life
Il 22 ottobre la Casa Bianca ha diffuso il video di dodici vescovi in preghiera con Trump nello Studio Ovale, rilanciato anche dall’account della campagna presidenziale. “Non c’è mai stato un presidente migliore di Trump per i cattolici americani”, ha rivendicato la portavoce Taylor Rogers. Mons. Jeffrey Grob, arcivescovo di Milwaukee, si è scusato per un momento di preghiera “manipolato”. Nei referendum sull’aborto sono arrivate tre sconfitte su quattro per il fronte pro-life: Virginia e Nevada hanno iscritto il diritto all’aborto nelle Costituzioni statali, il Missouri ha respinto l’abrogazione di quello approvato nel 2024, solo l’Idaho ha bocciato una misura che lo avrebbe introdotto. In Virginia, per mons. Barry Knestout e mons. Michael Burbidge, vescovi di Richmond e Arlington, il voto introduce “un aborto praticamente illimitato”. Daniel Rober, docente alla Sacred Heart University, vede invece “un vicolo cieco” per l’approccio da guerra culturale seguito dai vescovi dalla fine degli anni Novanta. Prima del voto, mons. Paul Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza episcopale statunitense (Usccb), aveva avvertito: “Lo scoraggiamento non è una virtù cristiana”.