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«Resistente, per tutta la vita». È la descrizione di Tina Anselmi nella sintesi della storica vicentina Alba Lazzaretto. L’autrice – accademica olimpica e vicepresidente dell’Istituto per la Storia della Resistenza, già professoressa di Storia contemporanea all’ateneo padovano – ha da poco dato alle stampe Tina Anselmi. La donna delle riforme sociali, edito da Prometheus. Un saggio che mette nero su bianco quello che forse mancava, la biografia di una grande italiana. Anselmi – trevigiana di Castelfranco, classe 1927 – fu giovane maestra e giovanissima partigiana, poi sindacalista e attivista a favore delle operaie delle filande, parlamentare Dc e prima donna italiana alla guida di un ministero. Mossa dall’agire cristiano e dal senso di giustizia, si devono a lei alcune norme fondamentali della Repubblica: quella sulle pari opportunità ed equiparazione salariale sul lavoro, nel 1977, e la fondamentale riforma della sanità pubblica, nel 1978.
Professoressa Lazzaretto, perché ha iniziato questa ricerca?
«è un libro che è nato per iniziativa del Centro italiano femminile di Roma quando, qualche anno fa, la presidente Renata Natili Micheli mi ha chiesto di scrivere la biografia della prima donna Ministra nella storia italiana. Non sapevo che non esisteva un archivio».
Lei è andata subito alla ricerca delle fonti, cosa ha trovato?
«Le “fonti”, quelle più importanti – carteggi, diari, appunti scritti di pugno da Tina Anselmi – si rivelarono un tesoro quasi introvabile. Non esisteva alla Camera dei deputati un archivio Anselmi e i documenti che Tina stessa consegnò all’Archivio storico dell’Istituto Luigi Sturzo erano in gran parte secretati. Sono i documenti che riguardano il suo lavoro sulla loggia P2. L’archivio ha deciso di non renderli disponibili in quanto ritiene contengano notizie sensibili su persone ancora viventi».
Come ha fatto, allora?
«Ho deciso di partire dalla ricostruzione dell’ambiente di formazione di Tina a Castelfranco: famiglia, parrocchia, Azione cattolica, figure di riferimento, capi e fiancheggiatori della Resistenza, le basi ideali su cui si era formata. Ripercorrendo poi, in base agli studi editi, la sua vita negli anni del dopoguerra: l’attività sindacale, lo studio presso l’Università Cattolica di Milano, l’insegnamento».
Che immagine le ha restituito della Anselmi?
«Appunto, una donna resistente per tutta la vita. Dignitosa, fiera, tesa verso la giustizia. Una donna che seppe trasporre in forma politica la carità cristiana imparata fin da bambina».
Crebbe durante il ventennio fascista.
«Lei stessa scriveva: andavamo alle lezioni di fascismo e lo imparavamo a memoria, punto. Il fascismo era lontano dalla mentalità cattolica».
Perché, appena diciassettenne, scelse la Resistenza?
«Quando, studentessa a Bassano, fu costretta ad assistere all’impiccagione degli innocenti rastrellati sul Grappa, per lei fu il “colpo di grazia”. Ma nel suo cuore aveva già scelto da tempo. Era una donna tesa verso la giustizia sociale e vedeva la Rsi come un qualcosa che ammazzava gli altri italiani. Intorno aveva esempi di persone che si opponevano al fascismo: dal suo insegnante di religione, al vescovo di Vicenza Rodolfi, al vescovo di Treviso, fino a suo padre».
Nel dopoguerra si laurea alla Cattolica di Milano, ma fa anche sindacato.
«Prima con la Cgil, poi – non appena si costituì – con la Cisl. A guerra finita, esplica il desiderio di giustizia lottando per le filandine, che rischiavano il licenziamento per la concorrenza delle sete giapponesi. Il suo era un sindacalismo moderato e di buon senso, mentre socialisti e comunisti pensavano a lotta e rivoluzione. La chiamavano la “Tina vagante”».
Eppure, gli italiani in qualche modo la ringraziarono per il suo impegno.
«Questo è il contenuto più completo e originale del volume che è un omaggio a lei, ma anche a tutti coloro che come lei vogliono difendere giustizia e libertà».