Idee
L’umanità si trova di nuovo di fronte a un “momento Oppenheimer”. Le mani che fino a poco prima armeggiavano con bastoni e selce ora dominano una tecnologia capace sia di trasformare che di distruggere il mondo. Negli anni Quaranta l’energia atomica, oggi l’intelligenza artificiale. Non rischiamo la rivolta dei robot come nei vecchi film d’azione, ma consumi energetici e impatti ambientali dei data center, perdita di lavori qualificati, algoritmi che discriminano e l’uso militare dell’Ia nei conflitti.
Lo scorso 17 novembre il card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale è intervenuto a Padova al convegno “Innovazione d’impresa e lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale” di Confapi, con la partecipazione di Cuamm, Migranti onlus e Ucid. «Mi rifaccio all’insegnamento dei pontefici, da Giovanni Paolo II in avanti – ha spiegato – Il progresso tecnologico nasce dall’intelligenza umana e dalla risposta a bisogni reali. La tecnologia ha cercato, nella maggior parte dei casi, di rendere la vita migliore. Ma non possiamo perdere il controllo su ciò che produciamo: anche l’Ia nasce da un’intelligenza umana e il suo controllo deve rimanere umano, non lasciato a livelli autonomi o indipendenti».
Perché è importante un confronto ampio e interdisciplinare sull’Ia?
«Senza conoscere davvero la materia restiamo prigionieri di slogan e paure. Servono tavoli con esperti per capire effetti, conseguenze e sviluppi dell’Ia. Anche nella Chiesa abbiamo prodotto documenti, come la nota congiunta Antiqua et nova, che pone domande fondamentali. A queste domande dobbiamo rispondere insieme, con un approccio etico e non tecnocratico, come più volte ricordato da papa Francesco».
Di fronte all’accelerazione tecnologica, quale messaggio può offrire la Chiesa a chi decide?
«Ripeto quanto dicono i pontefici: ogni scoperta dev’essere al servizio dell’essere umano, non della sua distruzione. Non possiamo continuare a creare strumenti che alimentano la cultura della guerra. Il criterio è uno: mettere la tecnologia al servizio della dignità e dell’unicità irripetibile della persona. E per questo invitiamo a leggere i documenti della Chiesa, inclusi i messaggi di papa Leone, che mostrano come interpretare l’Ia nei vari ambiti: salute, ecologia, vita sociale».
Quale sogno positivo può accompagnare l’uso dell’intelligenza artificiale?
«Sarebbe bello che entrasse in tutti quei vuoti di aiuto e assistenza che abbiamo: dalla conoscenza della nostra salute alla protezione e promozione della vita. Per capacità e velocità può essere un enorme aiuto, purché resti sempre controllata».
Servono passi concreti per evitare derive antidemocratiche o concentrazioni di potere…
«Dobbiamo rifarci a ciò che abbiamo vissuto all’arrivo di internet: la democratizzazione dello strumento ha funzionato quando c’è stato un controllo chiaro per la tutela degli utenti. Lo stesso vale per l’Ia: se rimane in mano a pochi, se gli sviluppi non sono conosciuti, il controllo diventa impossibile. Abbiamo una morale cristiana molto chiara: chi lavora nell’Ia e si riconosce in valori simili ai nostri dovrebbe confrontarsi costantemente con questi princìpi, garantendo che sia sempre al servizio della dignità umana».
C’è un esempio che le dà speranza nel rapporto tra Ia e umanità?
«Vedo progressi importanti nel campo della salute: diagnosi, terapie, medicina a distanza. Sono strumenti che, sotto la guida dell’essere umano, possono offrire un grande vantaggio».
E all’interno della Chiesa?
«Non possiamo usarla per semplificare lavori di profondità. L’Ia manca della dimensione trascendente: nelle nostre riflessioni e nelle omelie è lo Spirito Santo che deve illuminare. Certo, può facilitare la ricerca o la sistematizzazione dei testi. Ma l’ispirazione deve venire dallo Spirito. E, lo dico anche da musicista, non lasciamo che siano altri a comporre al posto nostro la bellezza delle nostre creazioni».