Idee
Ireneo Funes, il memorioso descritto da Jorge Luis Borges, è un ragazzo che dopo una caduta da cavallo acquisisce un dono che presto si rivela una condanna: ricorda tutto. Ogni dettaglio, ogni sfumatura, ogni istante della sua vita gli resta presente con nitidezza assoluta. «Sospetto tuttavia – scrive Borges – che non fosse molto capace di pensare».
Nel racconto, tratto dal libro Finzioni, questa memoria totale diventa una prigione: ogni foglia, ogni nube, ogni momento gli si impone in un flusso ininterrotto, senza distinzioni né gerarchie. Nel mondo sovraccarico di Funes esistono soltanto particolari: nessuna distanza, nessuna astrazione, nessuna idea generale. Per lui non c’è un “cane”, ma una serie infinita di individui, ciascuno diverso dal precedente e perfino da sé stesso a seconda dell’ora o dell’angolazione. Incapace di semplificare, non riesce ad astrarre, a pensare, a scegliere. È il paradosso perfetto per comprendere l’idea centrale del libro: senza oblio non c’è memoria, né libertà mentale.
Da questa parabola letteraria prende avvio la riflessione di Sergio Della Sala, docente di neuroscienze cognitive presso l’Università di Edimburgo e presidente emerito del Cicap. Nel suo nuovo libro Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio (Feltrinelli, 2025), presentato a Padova il 18 novembre, lo scienziato ribalta una convinzione radicata: l’oblio non è il contrario della memoria, ma la sua condizione di possibilità. Dimenticare, sostiene, non è un difetto ma una funzione biologica ed evolutiva, indispensabile per vivere: ci aiuta a organizzare le informazioni, interpretare il mondo, dare priorità. Banalmente non riusciremmo a ricordare il luogo dove abbiamo parcheggiato, se non mettessimo da parte tutti i precedenti.
Perché la memoria, osserva Della Sala, più che a ricordare il passato serve a interpretare il presente e a progettare il futuro. Per questo è un processo dinamico che si rimodella continuamente: mai fedele né immobile, mai assoluta. Le nostre memorie non sono registrazioni oggettive né fotografie, ma ricostruzioni continue: «Quello che penso e che credo influisce su ciò che vedo e memorizzo – spiega Della Sala alla Difesa – Un’altra persona, con conoscenze diverse, ricorderà cose differenti». Esistono inoltre le memorie collettive – celebrazioni civili, rituali condivisi, anniversari – che costituiscono un patrimonio comune e allo stesso tempo soggettivo, perché ciascuno le vive con la propria storia e sensibilità. La memoria, dunque, non è mai un deposito inerte: è un continuo riorganizzarsi, un tessuto che intreccia biografie individuali e appartenenze sociali. Per questo, dopo decenni dedicati a studiare la memoria, oggi una parte crescente della ricerca scientifica guarda alla sua controparte: «Non è un caso che nella mitologia greca memoria e oblio fossero due sorgenti che scorrevano insieme: Mnemosine e Lete. A lungo però abbiamo guardato all’oblio come il contrario dell’apprendimento, ignorando la sua fondamentale funzione cognitiva».
Della Sala affronta anche l’evoluzione culturale della memoria a partire dalla scuola, per secoli basata su un esercizio mnemonico che oggi appare particolarmente difficoltoso e in parte superato. «Attenzione però ai rimpianti: già Platone nel Fedro esprimeva, per esempio, il timore che la scrittura avrebbe distrutto la tradizione orale – avverte il neuroscienziato – Ricordo il dibattito feroce sui danni della televisione alle giovani menti, mentre oggi discutiamo dell’intelligenza artificiale. Spesso è ciò che è nuovo a spaventarci».
Ogni progresso ci fa perdere qualcosa e ci fa guadagnare qualcos’altro, sostiene insomma Della Sala: «È vero che oggi rischiamo di dipendere eccessivamente dalla tecnologia: lo stesso però vale anche per le automobili, e nessuno si sogna di tornare a carrozze e cavalli. Altri Paesi, come Finlandia e Corea del Sud, hanno sperimentato riforme profonde: non spetta però ai neuroscienziati stabilire quali siano i migliori metodi educativi e formativi». Intanto la tecnologia sta rivoluzionando anche la nostra capacità di osservare il cervello: non più una mappa fissa, dove a ogni zona è assegnata una funzione, ma un sistema dinamico, quasi orchestrale, in cui vie neuronali dialogano, si trasformano e si riconnettono. «Gli strumenti di oggi permettono di vedere dettagli cellulari impensabili pochi anni fa, e sono certo che un giorno molte delle cose che crediamo di sapere risulteranno superate – ammette Della Sala con serenità – È giusto così: è il progresso della scienza».
Forse è questa la lezione più preziosa del libro: l’oblio, quando funziona correttamente, ci sottrae qualcosa solo per permetterci di andare avanti. Se la dimenticanza patologica, legata a traumi o malattie, può significare la perdita della propria identità, esiste anche una dimenticanza “sana”, che diventa un atto di libertà, talvolta persino un diritto. Ci offre la possibilità di ricominciare, di imparare di nuovo, di costruire una memoria che non sia un fardello ma uno strumento. Come ricordava Borges, trattenere tutto – anche ciò che è inutile, se non addirittura dannoso – non è vivere: è restare intrappolati nel passato.