Idee
«Alzati e cammina» dice Gesù a Lazzaro, mentre lo richiama fuori dal sepolcro e lo rimette in piedi davanti a tutti. «Alzati e cammina, cammina nella vita» riprende Luigi Pirandello nella sua opera teatrale Lazzaro, come se quella parola potesse rendere tutta la vita più viva.
Per parlare della vita che riparte, entrambi scelgono lo stesso verbo: camminare. Perché ogni cammino è strada e vita insieme. È l’andare avanti un passo alla volta che lo rende umano, possibile, persino panoramico. Se corriamo troppo, ci sfugge tutto: la natura, le persone, i giorni.
Ogni anno nuovo assomiglia a un sentiero che si apre. Possiamo guardarci la cartina topografica e chiederci dove vogliamo andare, se siamo attrezzati, se abbiamo il fiato e il desiderio giusti. Organizzare un’uscita in montagna lo sappiamo fare: controlliamo lo zaino, verifichiamo cosa abbiamo e cosa ci manca, chiamiamo qualcuno per camminare insieme. Sarebbe bello farlo anche per un anno intero!
Gli imprevisti ci sono: soste forzate, cadute, tradimenti, malattie, sfortune, curve cieche che nessuno mette nella cartina. Potremmo perderci a chiedere perché, o arrabbiarci col destino, o rattristarci perché sembra sempre di non farcela. Col tempo, ho imparato questo: gli inciampi non sono ostacoli. Sono i fuori-programma della vita, a volte della Provvidenza. Mi obbligano a rallentare, a cambiare rotta, a rivedere le convinzioni che avevo. Fanno paura, sì, ma rendono il cammino più vero. E c’è di più: gli inciampi vanno amati! Non perché siano belli, ma perché aprono un varco. È lì che Dio spesso scombina i nostri piani e ci porta altrove.
Che questo nuovo anno sia allora un cammino nuovo: un passaggio da ciò che desideriamo a ciò che ci verrà donato. Con la libertà di accogliere anche ciò che andrà storto, perché proprio lì si nasconde una parte della nostra vocazione.
Ho scritto Storie di cammini e inciampi per raccontare questo: non grandi imprese, ma passi che ho vissuto davvero. 23 storie semplici, dove un inciampo può diventare luce e un cammino può tornare a essere promessa. In queste storie c’è l’arte di cavarsela quando tutto si sfalda, come uno scarpone rotto legato da un cordino di steli di frumento; c’è l’umorismo che salva le giornate, dalla paninoteca «in cima alla montagna» a suor Emilia che, finendo nelle ortiche, sospira: «Il Signore dà e il Signore graffia»; c’è un saluto tibetano raccolto per caso, kalipé: «che tu possa avanzare sempre con passo leggero». E c’è una piccola preghiera che affido ai giorni difficili: «Signore degli Inciampi, sia benedetto il tuo nome e sia fatta la tua volontà».
Il mio augurio, all’inizio di un nuovo anno, è semplice: che tu possa camminare con passo leggero, anche quando inciampi; che ogni deviazione ti sorprenda; che ogni
salita ti apra un orizzonte; che tu possa riconoscere la Voce che ti sussurra ancora: «Alzati e cammina, cammina nella vita».
Camminava da solo, quel giorno.
Non per scelta: il gruppo davanti era sparito dietro una curva, troppo veloce. Quelli dietro si erano fermati, forse per sistemare uno zaino, forse una paura. Così, in mezzo, lui.
La luce filtrava tra gli abeti come una promessa detta sottovoce e poi dimenticata.
Ogni passo faceva scricchiolare qualcosa. Non era il sentiero.
«Qual è la tua strada?»
C’è la strada che è andata e ritorno: sicura, senza sorprese. Ti riporta dove eri, come se niente fosse successo. E quella che è solo andata: ti porta via e non ti lascia tornare, anche se lo vorresti.
C’è la strada che gira in tondo: ogni bivio sembra nuovo, ma finisci sempre nello stesso punto. Forse è lei a ingannarti. O forse sei tu.
Ci sono strade che fai in silenzio e strade rumorose di chiacchiere e musica nello zaino.
Strade in due, dove i passi si intrecciano come domande che non hanno fretta di una risposta.
C’è quella che devi percorrere per forza, anche se ogni passo pesa come piombo.
E quella in cui capisci che la meta non è il punto: è il ritmo del respiro, l’odore della resina, il tempo che ti cammina accanto.
Ci sono strade scelte per perdersi apposta, per vedere se ci sei ancora. Se le gambe reggono. Se il cielo è sempre lì, quando non lo guardavi più.
E poi c’è quella rara: la strada di chi ti viene incontro.
La riconosci dal cambio d’aria, dalla sensazione di essere visto. Come se, all’improvviso, tu fossi diventato la meta di qualcuno.
«Qual è la tua strada?»
Lui non lo sapeva. Ma da una curva, più avanti, arrivò una risata. Una voce conosciuta.
E allora si mise a camminare più svelto. Perché, forse, non serve avere risposte sagge: basta che qualcuno riempia il posto libero, accanto a te.
E tu? Qual è la tua strada?
(da Storie di cammini e inciampi di Andrea Tieto)