Idee
I fatti venezuelani hanno immediatamente sfregiato questo 2026. Dopo la pace di facciata raggiunta tra Israele e Hamas, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump un giorno assicurava che anche per il fronte ucraino l’intesa con la Russia era raggiunta al 90 per cento, il giorno dopo firmava l’attacco in grande stile portato a Caracas con tanto di cattura del presidente Maduro e conseguente incarceramento a Brooklyn e relativo processo con l’accusa di narcotraffico.
Un’operazione del genere – promossa dal Paese che da un anno a questa parte è tornato a presentarsi come il poliziotto (e il pacere) del pianeta – stacca dalla residua unità pacifica l’ennesimo pezzo della terza guerra mondiale, tristemente profetizzata da papa Francesco. Ma non solo. L’uso della forza contro uno Stato sovrano rischia di minare qualsiasi sforzo per lo spegnimento di uno degli altri sessanta focolai di combattimento accesi nel mondo. Sulla natura repressiva e illegale del governo Maduro c’è poco da dubitare, ma l’uso della forza e la rimozione di un capo di stato come conseguenza di una scelta unilaterale rivelano l’irresponsabilità di un’azione politica americana che appare guidata dalla sola bussola del puro interesse nazionale: non a caso, nella conferenza stampa da Mar-a-Lago di sabato 3 gennaio Trump ha parlato espressamente di petrolio (il Venezuela pare essere il principale detentore di oro nero conosciuto sulla Terra) e del ruolo delle grandi imprese americane della loro estrazione e commercializzazione.
Le tenebre a cui accennava papa Leone nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio (sic!) si infittiscono. L’inaudito si materializza davanti ai nostri occhi e di fronte alla gravità dei fatti regna una sensazione di impotenza che ghermisce non solo i cittadini, ma anche i governanti. Dopo l’attacco all’Iran e al Venezuela, quale altro obiettivo metterà nel mirino la potenza che più di tutte dovrebbe contribuire a promuovere il rispetto del diritto internazionale e la stabilità delle relazioni diplomatiche?
Nel suo discorso di fine anno, il 31 dicembre scorso, il presidente Mattarella è partito proprio da qui: «La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale».
Se rapportate ai fatti principali delle cronache dall’estero, sembrano parole giunte da un’altra galassia: Ucraina, Palestina, ora anche il Venezuela (ma potremmo continuare con Taiwan, Armenia, Sudan e molti altri contesti), è proprio l’imposizione della volontà e degli interessi di qualcuno ad aver procurato migliaia di morti ingiustamente.
Uno stato di cose al quale non possiamo permetterci di abituarci. Il rischio, altrimenti, è quello paventato da papa Prevost nel già citato messaggio per la Giornata mondiale della pace: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. […] Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».
Dobbiamo prendere atto che dopo una generazione di statisti che, quanto meno su scala Occidentale, aveva saputo unire per prosperare nel nome dei diritti umani, l’inizio del terzo millennio ci vede alle prese con una schiera di governanti per i quali i rapporti tra i popoli sono basati, appunto sulla paura e sulla forza.