Chiesa
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito”. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in calendario dal 18 al 25 gennaio, ruota attorno a questo indicativo presente tratto dalla Lettera agli Efesini (4,4). Non un imperativo, né un futuro ipotetico. L’unità è una realtà che, misteriosamente, c’è già, anche se la storia umana fatica a renderla visibile.
Per comprendere lo stato di salute del cammino ecumenico abbiamo interpellato don Enrico Luigi Piccolo, responsabile dell’ufficio diocesano per la Pastorale dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, e padre Hamazasp Kechichian, monaco della congregazione mechitarista di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, esponente di quella Chiesa che quest’anno ha preparato i testi della Settimana.
Don Piccolo non nasconde le difficoltà, partendo da uno sguardo lucido sul contesto europeo. «È un desiderio che ha radici lontane. Le nostre storie hanno attraversato momenti esaltanti, come se l’unità fosse prossima al compiersi. Ma ci sono stati, e ci sono tutt’oggi, tempi di stasi, fatti di fatica e resistenza. Li viviamo con speranza, ma nella consapevolezza che l’Europa sta pagando un forte arretramento cristiano, numerico e anagrafico. Tutto questo ha ricadute anche sul crinale ecumenico».
Il rischio è quello della chiusura: «Non possiamo nascondere una diffusa introversione delle Chiese, chiamate a misurarsi al loro interno non solo sulla missione, ma anche sulla propria identità». Eppure, il riferimento biblico di quest’anno offre una chiave di lettura decisiva. «Colpisce l’inserimento del verbo al presente: “Uno solo è il corpo” – sottolinea don Piccolo – che manca nel testo greco. È un modo per affermare che la Chiesa è, nel mistero, un unico corpo universale, che trascende barriere etniche, geografiche e di tradizione. Così si incoraggia ogni Chiesa a continuare un cammino fattivo verso l’unità». Un percorso che passa anche per documenti come la recente Charta Oecumenica, ma soprattutto per le relazioni: «L’incontro, la conoscenza reciproca e l’amicizia giocano un ruolo fondamentale».
Dall’isola di San Lazzaro degli Armeni, padre Hamazasp Kechichian raccoglie lo spunto e lo declina attraverso la sensibilità orientale. «L’unità non può esistere se non con lo Spirito – afferma – ed è importante accettare la diversità dell’altro affinché ci sia unità. Se non siamo diversi, non possiamo essere uni. Questa unità viene da Cristo, che ci unisce dando a ognuno un ruolo come membra del suo corpo. Ognuno la vive con la propria cultura e tradizione, ma vive la stessa fede».
Il monaco va al cuore del testo paolino di riferimento: «C’è un punto fondamentale: il rispetto, il perdono e la sopportazione. Come dice la Lettera agli Efesini: “Sopportandovi a vicenda nell’amore”. Accogliere l’altro è la cosa più importante, ma richiede sacrifici. Io dovrei lasciare il mio “io” per accettare l’altro. Prima il Signore, poi col Signore accolgo il fratello».
Per la Chiesa armena, questo non significa annullarsi. «Non ci siamo mai sentiti fuori dalla comunità veneziana – racconta – ma custodiamo la nostra tradizione: celebriamo in armeno classico, offrendo però le traduzioni ai fedeli. Quando vengo a Padova e celebro, leggo il Vangelo e predico in italiano. Siamo garanti ed eredi di una spiritualità che ci inorgoglisce e che abbiamo la responsabilità di trasmettere».
Guardando al futuro, padre Hamazasp insiste sulla verità storica: «Bisogna riconoscersi bene, fare un mea culpa. Capire perché ci sono state divisioni, studiare, come è stato fatto per il Concilio Vaticano II. Serve una preparazione profonda, non solo scientifica, ma anche degli animi. Bisogna spianare la strada verso la comunione».
Quando lo sguardo si sposta sugli scenari di guerra, le sue parole si fanno più vibranti. «Il frutto e la condizione dell’unità è la pace – scandisce – e molte divisioni sono state causate da fattori politici, dalla volontà di dominare. Se voglio l’unità devo garantire all’altro una vita dignitosa. Bisogna mettere in campo tutte le forze per arrivare a quella pace che conduce all’unità».
La testimonianza diventa personale: «Parlo non solo da armeno dell’Armenia, ma anche della Siria. Provengo da Kessab, cittadina al confine con la Turchia, con oltre cinquecento anni di storia. Ho vissuto, e la mia gente vive ancora, la tragedia della guerra. Anche oggi, in Siria, il futuro resta incerto. La speranza è l’ultima a morire, soprattutto quella del Signore, ma la Chiesa, con tutte le sue appartenenze, deve mettere ogni sforzo possibile per la pace».
La conclusione è un appello che lega fede e storia: «Il primo passo verso la guerra è la volontà di essere il più grande. Ma Gesù insegna che essere più grande vuol dire servire. Questo, purtroppo, il mondo non lo sa. È l’opera del male. La Chiesa deve combattere il male e può farlo solo con l’unità, collaborando. Il male porta alla perdizione. Solo l’unità ci aiuta affinché la pace regni. Anche la Santissima Trinità è comunione reciproca: se non dialoghiamo, se non ci apriamo gli uni agli altri, non avremo né unità, né pace, né giustizia».
Il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 – “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (cfr. Ef 4,4) – mette al centro un dato teologico e una responsabilità pastorale: l’unità della Chiesa viene confessata come realtà viva e già donata, che chiede di essere resa visibile. Il sussidio che accompagna la Settimana – preparato da un gruppo ecumenico di cristiani armeni e, per l’Italia, introdotto dal Consiglio delle Chiese cristiane di Trento – è attraversato dal riferimento al Concilio di Nicea, di cui lo scorso anno si è celebrato il 1700° anniversario, e si intreccia con la tradizione spirituale armena. La celebrazione ecumenica proposta per la Settimana porta il titolo “Luce da Luce per la Luce” e riprende la liturgia dell’alba.
A ispirare questo orizzonte è anche la figura di Mechitar di Sebaste (1676-1749), fondatore dell’ordine mechitarista, che non cercò di creare “cattolici armeni”, ma di accompagnare l’intera Chiesa armena verso una comunione piena, custodendo lingua, liturgia e cultura. Un ecumenismo di popolo e di cultura, che trova eco negli inni di san Nerses Shnorhali e nella luce di Dio capace di rinnovare la storia.