Buon anno e torniamo in rubrica. è da settimane che penso al tema di questo mese iniziatico. Avrei voluto parlarvi di Zalone e del suo inarrestabile successo. Quando mi leggerete, Buen Camino avrà già raggiunto, se non oltrepassato, il record del suo Quo Vado che si era assestato poco oltre i 65 milioni di euro. A completamento del cosiddetto sfruttamento di profondità, con la seconda e terza visione, probabilmente all’incirca un italiano su sei avrà visto al cinema il padre ricco che si converte, non si sa perché e soprattutto perché così velocemente, al rapporto filiale e al passo lento. Il resto delle visualizzazioni, col tempo, lo faranno le piattaforme come successo per i suoi film precedenti, ormai di afflato nazionale. A questo punto visto il numero di spettatori accumulati, se siete tra questi potrete intavolare anche dei dibattiti perché finalmente anche altri avranno visto lo stesso film che avete visto anche voi, esperienza ormai rara e… sì, avremmo voluto farla anche con altri film di maggior valore, ma ce ne faremo una ragione. Da estimatrice del pugliese segnalo infatti, come ha già fatto gran parte della critica, che Luca Pasquale Medici ha dismesso purtroppo la sua vocazione disturbante per una virata più accomodante che cancella ogni asprezza e complessità della vita. Peccato… vi giuro che ancora sorrido a denti stretti al pensiero di Caparezza che canta al battesimo ma non ciò che aveva ipotizzato. Ad ogni modo se avete amato (tanto) Buen Camino, tranquilli c’è chi l’ha rivisto anche la seconda volta e chi si è commosso. Otto milioni di biglietti sono abbastanza per non sentirvi “offesi”. E forse c’era davvero bisogno di questo “black out” di regia e sceneggiatura. Come ha detto un’amica «se spegni il cervello per due ore, passi anche una bella serata». Aggiungo, nero su bianco, che grazie a questa interruzione di massa in un tempo record i cinema hanno trovato i soldi per pagare i dipendenti.
Avrei voluto parlarvi anche del saggista e psichiatra Vittorio Lingiardi che, qui a gennaio nella sua rubrica “Psyco” del Venerdì di Repubblica, ha fatto ammenda dicendo che ha rivisto Le città di pianura di Francesco Sossai e che stavolta l’ha apprezzato. Per tutti i veneti rimasti interdetti nella prima visione (ne conosco vari e alcuni leggono con ritualità anche la rubrica di Lingiardi), c’è speranza anche per voi… sic! Ne avevamo parlato qui nella rubrica di novembre proprio in sintonia: «Capace di inventare – scrive anche Lingiardi – una mascolinità morbida, lieve e perdente. Per nulla alfa». Insomma se volete ritentare, il film sta ancora girando.
Avrei voluto parlarvi anche di quell’attimo di Sirât – il film pazzesco quanto inquietante di Óliver Laxe: Premio della Giuria a Cannes 2025, ora sul grande schermo, e ambientato nel deserto marocchino seppure girato in gran parte in Spagna – in cui ho avuto la netta sensazione di aver capito, in tutt’altra storia, perché i giovani del disastro di Crans-Montana continuavano a ballare di fronte al fuoco sul soffitto. C’è un momento a metà del film dove succede qualcosa di imprevisto, dopo qualcosa di bello… Lì ho capito con la pancia. Sì lo so che gli esperti dei nostri funzionamenti psicologici ce l’hanno già spiegato, ma lì avevo capito con la testa. E niente, abbiamo bisogno dell’arte.
E avrei voluto parlarvi ancora del cinema iraniano perché possiamo fare tanto vedendo i loro film e non lasciarli soli e sole in questa nuova drammatica prova di resistenza. Un semplice incidente di Jafar Panahi sta ancora girando, Palma d’oro a Cannes 2025, e ora ritorna anche il regista Ali Asgari con il nuovissimo Divine Comedy, gustosamente apprezzato in anteprima mondiale a Venezia 2025: correte… numerosi, a milioni come per Zalone. Un blackout, di qualità, per i nostri fratelli e le nostre sorelle iraniane.