Idee
C’è sempre una luce in fondo al tunnel. Sembra una frase fatta, ma in effetti ci sono realtà che ce la mettono tutta per accompagnare chi vive nella fragilità e rischia di diventare invisibile ad uscire fuori dal cono d’ombra in cui si trova e riprendersi in mano la vita. Sono esperienze d’imprese cooperative che non guardano solo al puro e semplice profitto ma soprattutto sono attente a generare valore aggiunto sociale. Come ad esempio la storia della cooperativa sociale Manser, nata a Roma nel 1996 per promuovere lavoro e inclusione sociale. È attiva in tre aree: disabilità, salute mentale ed economia sociale di mercato. Quest’ultima è l’area nella quale la “cooperazione sociale può esprimere un rinnovato protagonismo, per rispondere al bisogno di cambiamento di una realtà socio-economica non più sostenibile”, spiegano i promotori. Dei progetti in questo ambito fanno parte la pizzeria “Fermentum”, situata all’interno del parco degli acquedotti di Roma e l’Atelier sociale “WinOut”, dove la “moda diventa una forma di espressione per coloro che hanno affrontato sfide legate alla salute mentale”. Non è solo un luogo di lavoro ma uno spazio di “confronto e crescita dove lo stigma delle fragilità lascia lo spazio al coraggio dell’inclusione sociale ed economica” dove si unisce “la qualità del prodotto con il talento e la bellezza di ogni essere umano, anche dei più deboli”. Non solo un brand d’abbigliamento ma una “comunità che abbraccia la diversità e promuove la consapevolezza”. Ogni capo è rigorosamente cucito a mano da sarte esperte, tutte donne che provengono da percorsi di riabilitazione in salute mentale. Capi con asimmetrie che celebrano non solo la “diversità stilistica, ma anche e soprattutto l’unicità umana”. “Un’esperienza come quella di Manser non potrebbe esistere in una forma diversa da quella cooperativa – afferma Marco Marcocci, presidente di Confcooperative Lazio -. La moda si divide essenzialmente in due grandi gruppi. Uno è quello del Made in Italy famoso in tutto il mondo, ma dai prezzi inaccessibili per le classi medio-basse. L’altro è quello degli articoli a basso costo prodotti risparmiando sulla qualità o violando i diritti umani. Noi di Confcooperative invece crediamo in una terza via fatta di indumenti di alta gamma accessibili a chiunque. Se poi, come Manser, l’azienda dà lavoro a persone in difficoltà, non siamo più di fronte all’ennesimo acquisto da riporre nell’armadio, ma di un investimento in una società più equa, giusta e solidale”.
Fare impresa sociale nel territorio significa piantare semi per far germogliare un’economia a misura d’uomo. Lo dimostra la storica esperienza della cooperativa sociale Capodarco nata nel 1978 la quale ha fatto dell’agricoltura sociale un punto di forza finalizzato a generare benessere per la comunità locale e realizzare interventi a favore di persone che si trovano a vivere condizioni di disagio. Altra esperienza che unisce cura per le famiglie ed integrazione lavorativa è rappresentata dalla cooperativa Nuova Arca. Nata nel 2007 da un gruppo di famiglie che si sono attivate per “dare risposta ai bisogni delle donne e dei minori senza sostegni”. Da qui nel 2012 viene costituita La Nuova Arca Società Agricola Impresa Sociale a.rl., impresa certificata biologica la cui “missione è l’inclusione lavorativa di persone in maggiore difficoltà sul mercato del lavoro”. Non si sono fermati qui, nel 2015 La Nuova Arca è tra le realtà fondatrici di “Mam&Co-Rete delle strutture e dei servizi per nuclei vulnerabili mamme-bambino” creata per “dare voce ai nuclei mamme-bambino in condizioni di vulnerabilità”. Ecco come si può fare concretamente economica sociale di mercato sui territori.