Mosaico
In California, combattere il tabacco non significa limitarsi a proibire le sigarette: significa insegnare già a scuola perché non conviene iniziare, e farlo con strumenti scientifici e sistematici. Un nuovo studio (pubblicato sul Journal of Adolescent Health) documenta infatti come un programma scolastico di prevenzione abbia ridotto in modo significativo l’uso di sigarette e dispositivi di svapo tra gli studenti delle scuole medie e superiori dello Stato. La strategia nasce da una decisione decisa e lungimirante dei cittadini: nel 2016, con la “Proposition 56”, la California ha aumentato le tasse su sigarette, e-cigarette e altri prodotti contenenti tabacco, destinando una parte consistente dei nuovi introiti agli sforzi di prevenzione e controllo del tabagismo. Una fetta di quel denaro è stata investita nel “TUPE” (Tobacco-Use Prevention Education), il programma di educazione e prevenzione promosso dal Dipartimento dell’Istruzione statale per scuole medie e superiori. Il cuore del TUPE è semplice, ma potente: portare nelle classi non solo messaggi generici contro il fumo, ma attività strutturate, lezioni interattive, gruppi di discussione e percorsi di supporto per gli studenti. Gli obiettivi sono chiari: far conoscere ai ragazzi gli effetti della nicotina, comprendere come nasce la dipendenza, smontare miti e aspettative legate all’immagine “cool” di sigarette e vaporizzatori, e offrire strumenti concreti per non cadere nella trappola del consumo regolare. La ricerca dell’Università della California di San Diego, guidata dal professor Shu-Hong Zhu, ha confrontato i dati di circa 160.000 studenti di 358 scuole pubbliche californiane che hanno partecipato al programma TUPE con quelli di studenti di scuole simili non raggiunte dalle attività educative specifiche. Il risultato è chiaro: nei plessi aderenti al programma, la probabilità che un giovane iniziasse a fumare tabacco era inferiore del 20%, e quella di iniziare a svapare inferiore del 23% rispetto ai coetanei non coinvolti. È importante notare che questa riduzione si è verificata nonostante tutti gli studenti – partecipanti e non – fossero esposti alle stesse campagne mediatiche sull’uso di tabacco e alle stesse normative di mercato. Questo suggerisce che non basta sapere che il tabacco fa male: serve un’educazione quotidiana, contestuale e partecipata. Per i ricercatori, il dato non è un semplice numero statistico, ma una conferma empirica di un principio consolidato nella salute pubblica: la maggior parte dei fumatori adulti ha iniziato in adolescenza. Interrompere o prevenire l’innesco di questo comportamento nei primi anni di vita può tradursi, a lungo termine, in un risparmio enorme di vite umane e risorse sanitarie. Dietro le cifre, c’è la quotidianità di classi coinvolte in lezioni che parlano di nicotina, dipendenza e salute; ci sono educatori formati e risorse dedicate; ci sono percorsi di aiuto per chi già usa questi prodotti e vuole smettere. Un programma come TUPE non si limita a dire “non fumare”, ma spiega perché non farlo, come la nicotina agisce sul corpo e sulla mente e come resistere alle pressioni sociali e ai messaggi pubblicitari. La California non è l’unico Stato ad affrontare la sfida del tabagismo giovanile, ma l’impatto di TUPE è un esempio importante: non basta una legge contro il fumo, serve un’azione educativa integrata. In un’epoca in cui i dispositivi di svapo hanno reso più accattivante e pervasivo l’uso di nicotina tra i giovani, interventi preventivi basati su educazione, consapevolezza e supporto si rivelano strumenti essenziali per invertire le tendenze di consumo. In definitiva, lo studio californiano mostra una via concreta: investire nella prevenzione già a scuola non è solo una scelta di salute pubblica, è un investimento sul futuro di una generazione.