Mosaico
“E vidi un angelo, forte, scendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo, il suo volto era come il sole, le sue gambe come colonne di fuoco. Pose il piede destro sul mare, e il sinistro sulla terra, e tenendosi ritto sul mare e sulla terra, alzò la mano al cielo, e giurò nel nome del vivente per i secoli dei secoli dicendo: ‘Non vi sarà più altro tempo! Nei giorni del suono del settimo angelo si compirà il mistero di Dio’”. Mercoledì 15 gennaio 1941. Campo di concentramento di Görlitz – Stalag VIII A.
Fuori dalla baracca 27B, adibita a teatro per spettacoli di prosa e proiezioni di film di propaganda, la notte ha inghiottito il giorno e il termometro segna quindici gradi sottozero. Dentro ci sono circa quattrocento persone, tra guardie e prigionieri. Di fronte a loro c’è un prigioniero come loro. Si chiama Olivier Messiaen, un pianista, organista e compositore francese originario di Avignone. Nel campo destinato ai prigionieri di guerra che si trovava nella cittadina della Slesia settentrionale, ai confini tra Germania e Polonia, era stato deportato alcuni mesi prima, dopo essere stato catturato nel maggio del 1940 durante l’invasione tedesca della Francia.
L’arrivo del 32enne a Görlitz non era passato inosservato a Karl-Albert Brüll, responsabile dello Stalag VIII A e appassionato di musica. Eccitato per la presenza di un compositore di fama, aveva dato a Messiaen matite, gomme e carta da musica e gli aveva permesso di sistemarsi in una baracca vuota con il compito di lavorare ad una sua composizione da eseguire durante un concerto organizzato nel campo. Fuori dalla baracca dove il compositore lavorava, Brüll aveva messo una guardia, per tenere lontano i curiosi.
Messiaen si mette all’opera e tra la fine del 1940 e i primi del 1941 dà vita al “Quatuor pour la fin du temps” (Quartetto per la fine del tempo), considerato uno dei più alti esempi di musica da camera del ventesimo secolo. “Ho scritto un quartetto per i musicisti e gli strumenti che avevo – spiegherà qualche anno più tardi lo stesso Messiaen – Avevo bisogno di pensare alla musica, di farla, per sentirmi vivo. Sono partito da un’immagine molto amata, quella dell’Angelo che annuncia la fine del tempo”.
Quel mercoledì di gennaio, sul palco, insieme a Messiaen salgono anche altri tre prigionieri, musicisti amatoriali, conosciuti casualmente tra i suoi compagni di prigionia. Erano Henri Akoka (clarinetto), Jean le Boulaire (violino) ed Étienne Pasquier (violoncello). In vista del concerto i nazisti avevano permesso a Pasquier di acquistare – grazie ad una colletta tra prigionieri – da un liutaio di Görlitz, un violoncello abbastanza malmesso. Come lo erano anche gli altri strumenti. Il pianoforte usato da Messiaen era talmente malconcio che non di rado i tasti, una volta premuti, restavano abbassati.
Prima di iniziare il concerto, Messiaen propone l’incipit del capitolo 10 dell’Apocalisse di s. Giovanni, in cui l’angelo del Signore annunciava la fine del tempo. Tema a cui aveva dedicato la sua opera.
Il Quatuor è composto da otto movimenti. Messiaen ritiene che sette sia il numero perfetto, la creazione dei sei giorni santificata dallo Shabat di Dio nel settimo giorno. Il sette di questo riposo si prolunga poi nell’eternità e diventa l’otto, numero dell’infinito, “della luce indefettibile, della pace che non si può profanare”. Ciascuno degli otto movimenti del quartetto è dotato di un titolo e introdotto da una breve spiegazione, scritta di proprio pugno da Messiaen, per ambientare la sua musica. Si parte dalla Liturgia di cristallo, per passare al Vocalizzo per l’Angelo che annuncia la fine del tempo, che lascia spazio al solo del clarinetto nell’Abisso degli uccelli, che si dischiude sull’Intermezzo che caratterizza il quarto movimento. Alla Lode all’eternità di Gesù, il Verbo di Dio, è dedicato il quinto movimento, seguito dalla Danza furiosa per le sette trombe e dal Vortice d’arcobaleni per l’Angelo che annuncia la fine del tempo. Il componimento si chiude quindi con la Lode all’Immortalità di Gesù, con il lungo solo del violino che fa da contraltare al solo del violoncello del quinto movimento. Una seconda lode a Gesù, che Messiaen ha voluto dedicare al Gesù uomo, al Verbo fatto carne, che resuscita immortale per mostrarci la via, in un percorso d’amore, verso Dio. Dopo la prima del Quatuor, è lo stesso Brüll – patriota tedesco con tendenze antinaziste – ad organizzare il rapito ritorno di Messiaen in Francia, cospirando nella falsificazione di documenti.
Milano, giovedì 15 gennaio 2026. Le note del Quartetto risuonano a 85 anni esatti dalla loro prima esecuzione nel Memoriale della Shoah, che fino al 28 febbraio ospita la mostra “Mimmo Paladino. Görlitz – Stalag VIII A – 15 gennaio 1941”, trasposizione visiva del “Quatuor pour la fin du Temps” di Olivier Messiaen. L’artista beneventano, pittore, scultore e incisore italiano, tra i principali esponenti della transavanguardia italiana ha dato vita ad un’interpretazione visiva e poetica dell’opera del compositore francese offrendo una rilettura contemporanea di un momento storico e musicale di straordinaria intensità. Le tavole realizzate da Paladino dialogano con le note del Quartetto, permettendo al visitatore di vivere contemporaneamente la dimensione sonora e artistica dell’opera di Messiaen. Il progetto si arricchisce anche di un libro, introdotto da un saggio del critico musicale Sandro Cappelletto e da un contributo di Liliana Segre, in cui la senatrice a vita spiega che ai detenuti venivano permessi i concerti non per dar loro un sollievo, quanto piuttosto per nascondere loro l’inferno in cui si trovavano. Come annunciato sull’account Ig del Memoriale della Shoah di Milano, mercoledì prossimo, 21 gennaio il “Quartetto per la fine del tempo” sarà eseguito dal vivo nelle sale del Memoriale. Sandro Cappelletto sarà la voce narrante mentre l’opera di Messiaen sarà eseguita da Carlo Lazari (violino), Aldo Orvieto (pianoforte), Carlo Teodoro (violoncello) e Davide Teodoro (clarinetto). Nella mostra si possono ammirare le tavole originali che Mimmo Paladino ha realizzato partendo dalle note di Messiaen, ma non solo. Sul pavimento del memoriale, accucciato in posizione fetale e illuminato da un fascio di luce c’è anche uno dei suoi “Dormienti”. Imperturbabili uomini eterni, realizzati in terracotta accostando frammenti provenienti dalla stessa matrice ma combinati in maniera diversa, il “Dormienti” di Mimmo Paladino nascono alla fine degli anni Novanta, quando l’artista li espone per la prima volta a Poggibonsi (1998).
“Il dormiente – spiegano i responsabili del Memoriale della Shoah di Milano – rappresenta la solitudine, l’isolamento rispetto dal resto del mondo che ciascuno di noi ha nella propria tristezza così come nella propria felicità. È un monito, che riprende la prima parola di Liliana Segre all’ingresso del memoriale: indifferenza. Non si può essere dormienti, non ce lo possiamo più permettere. Non ce lo potevamo permettere neppure prima. Non è possibile dormire ancora. E dall’altra parte, invece, quest’opera è una speranza, perché il dormiente credo che possa essere tutti gli innocenti della storia che vivono dentro di noi, perché come esseri umani fanno parte di noi, sono la nostra radice e non sono morti, appunto, sono dormienti e quindi come tali devono risvegliarsi”.